Essere Corsari

Essere Corsari è una scelta che arriva dopo un percorso di vita intenso e non sempre felice.

Eppure, essere Corsari significa andare alla ricerca di una felicità nascosta o negata.

Essere Corsari vuol dire vivere con il coraggio della libertà.

La crisi che stiamo vivendo è crisi delle vecchie abitudini, delle certezze personali, dei nostri errori e di quelli degli altri, di come porre rimedio. E’ un cambiamento profondo che scuote le nostre presunzioni, le arroganze, la paura. E’ una crisi che riguarda il concetto stesso di democrazia, l’idea di partecipazione politica, il valore della rappresentanza. E’ una crisi che si fa sentire soprattutto sul piano istituzionale e sociale, ma che viene da una vera e propria crisi antropologica e culturale, civile e civica. E’ una crisi politica che colpisce soprattutto il sistema della giustizia, lo “stato di diritto”, la legalità.

Sull’esito di una tale trasformazione, tuttora in corso, non azzarderei previsioni: può andar bene e può andar male, può essere una crisi di crescita o un ennesimo rigurgito reazionario e illiberale. Può essere la fine del Vecchio Regime o la premessa per un salto nel buio.

Di una cosa, però, sono sicuro: un problema di tale entità non si può risolvere limitandosi ad interventi tecnici o semplicemente adottando misure finanziarie, economiche e di bilancio. Siamo di fronte a qualcosa di più grande e di più profondo.
Il sistema dominante basato sul Potere fine a se stesso non regge più.

Siamo di fronte a qualcosa che gli attuali partiti non hanno capito o non vogliono capire perché, altrimenti, dovrebbero anche ammettere il loro totale fallimento, salutare gli astanti e chiudere i battenti. Qui non basta la soluzione tecnica. Lo vado ripetendo da mesi e mesi. Lo scrivo quando posso, dove posso: è necessario rifondare la politica.

Tu ci darai una mano?

 

Pier Paolo Segneri

La mia generazione

La mia generazione ha un altro modo di vedere le cose.

La mia generazione esiste, ma non la troverete nella storia raccontata nel film Suburra. La mia generazione è altro dalla rabbia, dalla violenza, dalla vendetta, dalla cattiveria e dall’invidia. È altro rispetto a quanto si racconta, si dice o si vocifera.

La mia generazione è disarmata, visionaria, corsara.

Questa generazione di cui faccio parte è strana, non ha età e attraversa tutte le età. È una generazione di perduti, che fa la rivoluzione dei perduti, cioè di coloro che, malgrado tutto, ancora oggi, a 40 anni come pure a 20, non rottamano le persone, ma vivono di cose semplici, insieme, senza egoismi, gioiscono per una parola o piangono per un abbraccio, si stupiscono del cielo stellato e sono gli ultimi custodi del nostro futuro.

La mia generazione è altro dalla superbia, dall’arroganza e dalla modestia.

La mia generazione è altro da quella dei perdenti che sono andati al Potere e ora comandano, ma hanno rinunciato a loro stessi, si sono ingannati da soli, hanno venduto i loro sogni per denaro o per una poltrona.

La mia generazione è quella dei Corsari che continuano ad amare e a credere nella politica come arte del vivere… meglio!

La mia generazione è perduta perché continua ad amare, a credere in una politica alta, a lottare per un mondo diverso e non è passata con i perdenti sulla torre d’avorio del Potere fine a se stesso.

La mia generazione crede ancora nella vera amicizia e nella lealtà.

I perduti non sono disperati, sono semplicemente dispersi. È diverso. I disperati veri sono i perdenti che, invece, hanno perso il loro sogno di libertà.

 

Pier Paolo Segneri

Le parole della Politica e la politica delle Parole

Siamo in piena campagna elettorale in vista delle elezioni politiche e regionali del 4 marzo 2018.

Si sente la necessità di informarsi sui candidati,sui programmi,sulle scelte di governo,sugli scenari di coalizione: quotidiani, riviste di settore, telegiornali, talk show, interviste. Sembra però che la qualità degli strumenti sopracitati sia scarsa, al limite del superficiale più dozzinale.
Fino ad alcuni decenni fa penne sublimi come quelle di Eugenio Montale, Indro Montanelli, Curzio Malaparte e Oriana Fallaci, solo per citarne alcuni, riempivano pagine di giornali con articoli brillanti, dove contenuti assolutamente equilibrati venivano trattati con un linguaggio colto, ma non accademico, piacevole, ma non banale, intrigante, ma non insidioso.

Negli anni ’60 e ’70 c’era quindi un giornalismo ”di cultura”, eppure l’Italia non poteva ancora definirsi completamente alfabetizzata. Oggi c’è il paradosso: una nazione dove tutti sanno leggere, eccetto quelle poche persone che rappresentano la generazione contadina del secondo dopoguerra, eppure la qualità dei servizi d’informazione ha subìto una flessione qualitativa che spesso raggiunge picchi di imbarazzante scarsità culturale.

I leader dei partiti, affiancati spesso da goffi ed impreparati consiglieri, nel redarre i loro programmi ”acchiappa-voto” fanno un uso sovrabbondante e spregiudicato di tecnicismi e anglicismi, termini inadatti per la stesura di contenuti politici poi consultati da milioni di persone (italiane e spesso poco aperte a forestierismi).

Un termine in inglese è forse più allettante di un vocabolo italiano? O forse non sono tentativi per edulcorare il vero significato di una parola, che altrimenti sembrerebbe infausta? ”Austerity” non esprime la necessità urgente di risparmio sulle spese pubbliche e sui finanziamenti? Ma anche ”task-force” che rimanda la mente a protocolli segreti, ”jobs act” che ci fa pensare ad un’impennata di dinamismo e produttività nel mondo del lavoro, per poi capire che non esiste alcuna svolta e tornare così allo sconforto. L’italiano esce quindi di scena a testa bassa, silente, sottomesso da burocratese e politichese, due ostiche degenerazioni della nostra lingua.
Si punta solo alle poche parole d’effetto dello slogan elettorale. Si cerca l’aforisma che si spera porti con sé il sentimento completo di un programma, di una storia, di un percorso, di una speranza. Ci si aggrappa quindi a frasette piene di filosofia spicciola pur di evitare il confronto con discorsi più larghi, dove un errore diventerebbe velocemente uno scivolone imbarazzante.

Manca l’approfondimento, che non significa pesantezza. Manca il coraggio di osare,che non significa voler andare contro gli altri.

In poche parole, si limitano le parole. Lo stile telegrafico abbatte ogni tiepido abbozzo di prolissità, evitando così il rischio di apparire fuorvianti logorroici. E così, in maniera velata,i politici (o chi per loro) manifestano la loro mancanza di preparazione, di slancio culturale, di vera modernità. Perché ”sintesi” non è sinonimo di modernità, semmai di timore. Quel timore che non fai mai sbilanciare nessuno, che fa rintanare i più timidi negli schemi fissi fatti dagli stessi discorsi e dalla stesse parole.
Nella rete si contano decine di video – per lo più interviste o frammenti di discorsi – dove i nostri parlamentari si fermato al bivio dei verbi: ecco ricomparire, ad esempio, il vecchio fantasma del congiuntivo che, seppur fantasioso e inizialmente comico, denuncia la falle di una base culturale bassa o addirittura inesistente, nonché l’essere totalmente disinteressati ad apparire come colti e forbiti.

Bisogna tornare ad una politica più ”poetica”.

Quella politica che ha scritto la nostra Carta Costituzionale, che si fa autentica portatrice di bellezza, di cultura, di verità. Ad un politico deve stare a cuore anzitutto la guida umana e culturale di un popolo. Le altre qualità – scientifiche, tecniche, organizzative – nonché il piglio diplomatico, possono essere eminentemente di perfezionamento ad un disegno di idee e di punti programmatici, ma in alcun modo possono sostituirlo.

Enrico Laurito

Professori in trincea

Sono trattati come dei privilegiati, con tre mesi di ferie, poche ore di lavoro settimanale, insomma: una pacchia! Invece, è semplicemente falso.

Gli insegnanti sono i nuovi profeti disarmati. Con le mani in alto vanno incontro al Potere dominante. Si sacrificano come fossero a Piazza Tienanmen. Esagero? Forse. Intanto, come in una metafora, i carrarmati avanzano contro le loro mani nude dei docenti o contro i professori precari con le buste della spesa semi vuote… Ma forse, con l’aiuto delle famiglie e degli studenti, i cingolati si fermeranno un attimo prima. Siamo in Italia. Qualcuno potrebbe continuare a pensare che esagero. Forse. Purtroppo, una cosa è certa: qui da noi, per anni, una mentalità chiusa e furbastra, stolta e vuota, arrogante e becera, ha tentato di trasformare i professori in una categoria di falliti, perduti, bistrattati, derisi, malpagati, quasi a rappresentare il sottoproletariato urbano. E il messaggio che è passato ai giovani è pressoché univoco: è inutile studiare, si perde tempo e basta, al massimo si diventa professori, cioè dei falliti, meglio allora scegliere la strada corta, il vicolo stretto, la via breve. E la crisi si avvita su se stessa.

Ovviamente, come in tutti i mestieri, come accade in tutte le professioni, ci sono gli insegnanti bravi e quelli meno bravi, ci sono professori in gamba e alcuni senza vocazione, ci sono persone che meritano e persone che latitano, ci sono docenti validi e docenti che dovrebbero dedicarsi ad altro, ci sono maestri e capre. Ma la funzione degli insegnanti resta fondamentale. Anzi, è diventata nevralgica, cruciale, non più rinviabile. E’ questa la frontiera di un Paese alla deriva e che voglia uscire dalla crisi. In altre parole, i professori dovrebbero essere dei maestri. Sono dei maestri. Andrebbero rispettati, ringraziati, applauditi per il lavoro che svolgono e che portano avanti dalla mattina alle otto, con l’ingresso in aula per la prima ora di lezione, a tarda sera, quando terminano di correggere i compiti in classe o di preparare la lezione per il giorno dopo. Senza contare le riunioni, gli incontri con le famiglie, le ore per il collegio dei docenti, il consiglio di classe, l’aggiornamento, gli scrutini, il recupero dei debiti scolastici e chi più ne ha più ne metta. L’elenco degli impegni lavorativi dei professori sarebbe troppo lungo. Ma sono trattati come dei privilegiati, con tre mesi di ferie, poche ore di lavoro settimanale, insomma: una pacchia! Invece, è semplicemente falso. Quello che è vero, al contrario, è che senza un riconoscimento sociale del ruolo svolto dai professori e senza il ripristino dell’autorevolezza del ruolo di insegnante nel comune sentire, anche gli studenti perdono la loro centralità nella Scuola e tutto si frammenta, si sgretola, si disgrega. E il Paese affonda. Eppure, malgrado tutto, in questo lungo tempo di crisi, il più importante impegno sociale e d’integrazione civile viene svolto dai professori, dai dirigenti scolastici, da tutto il personale che lavora nelle scuole come fosse una trincea. Senza plausi e senza onori. Per senso di responsabilità. Insomma, per uscire dalla crisi è necessario entrare nel futuro. E il futuro esiste soltanto se c’è memoria. E la Scuola è il luogo principale dove la memoria coltiva il futuro. E mi riferisco innanzitutto al futuro dell’essere umano, della persona, dell’individuo e dell’intera collettività, dell’Italia e dell’Europa. Perlomeno, il futuro delle nostre città. La Scuola è la nostra frontiera. Anche l’Università, ovviamente. Ma un Potere cinico e fine a se stesso, affarista e ignorante, ha trasformato la Scuola in un’appendice marginale della società affidandole un ruolo secondario rispetto alla responsabilità della formazione di nuovi cittadini, consapevoli e coscienti. Prima, molto prima, a segnare il percorso formativo dei ragazzi, ci sono la televisione, il web, internet, la tecnologia, la burocrazia, i social-network. Ma tutte queste cose sono dei mezzi e non possono diventare il fine. Sono degli strumenti e non devono diventare lo scopo della collettività. L’uscita dalla crisi passa attraverso la cultura, l’arte, la ricerca, la scuola, l’università, la bellezza. Invece, niente. I problemi della Scuola sono tantissimi, sono sempre gli stessi e si aggravano ogni giorno di più. La burocrazia è soffocante, i soldi sono pochi e le spese sono troppe, mancano gli strumenti didattici, le aule sono mal ridotte, gli ingranaggi a volte non girano, la struttura è bolsa e ingabbiata. E non basta: le mancanze e le responsabilità sono diffuse e il sistema scolastico appare spesso inadeguato alle sfide del futuro. Ciascuno dovrebbe impegnarsi a migliorare se stesso. E’ il compito che ciascun docente dovrebbe assumersi. Il cambiamento parte dalla restituzione sociale della funzione, dell’autorevolezza e dell’importanza dei professori. Altrimenti, lo studente (il futuro) non è più il fine della scuola, ma diventa soltanto un mezzo, uno strumento che serve a giustificare l’esistenza della scuola e, dunque, il fine ultimo della scuola diventa quello di essere autoreferenziale. Ne riparleremo ancora.

 

Pier Paolo Segneri

 

La scuola è amore: dialogo tra un docente e i suoi studenti. Lettera.

Gli studenti chiedono di essere visti, di essere capiti, di essere ascoltati.
Perché chiedono solo di Essere.

Gli studenti domandano attenzione, ascolto, dialogo.
Perché cercano risposte.

Gli studenti vogliono farsi notare, anche con un gesto o con un silenzio.
Perché sperano di essere compresi.

Gli studenti vedono se sono sincero, guardano che cosa faccio, osservano tutto.
Perché vogliono imparare da me.

Gli studenti parlano tra loro, si distraggono, fanno confusione.
Perché hanno bisogno di spazi, regole e confini.

Gli studenti apprendono anche attraverso l’affetto, le emozioni, i sogni.
Perché l’intelligenza non basta e sanno che la ragione, da sola, non può sfuggire all’errore.

Gli studenti sono unici e ciascuno è diverso dall’altro.
Perché io possa dedicarmi a loro in modo esclusivo.

La scuola è amore.
Perché è – allo stesso tempo – forza, bellezza e conoscenza.

Grazie a tutti i miei studenti, per avermi insegnato che la scuola è vita.

 

Pier Paolo Segneri

Ecco che prof. sono, mi autodenuncio. Lettera.

Mi autodenuncio perché tento di trasmettere agli studenti la voglia di sognare, ma senza farsi illusioni.

Mi autodenuncio perché vedo la Scuola come affettività, amore e conoscenza e non come sacrificio. Mi autodenuncio perché abbraccerei tutti i miei ragazzi per il bene che voglio a ciascuno di loro.

Mi autodenuncio perché vivo la mia funzione di insegnante come quella di un regista in classe. Mi autodenuncio perché vedo gli studenti come degli attori protagonisti che vanno in scena ogni giorno.

Mi autodenuncio perché sento il mio ruolo di docente come quello di un maestro per i propri allievi.

Mi autodenuncio perché non sono e non voglio essere una guida per gli studenti, ma mi impegno ogni giorno affinché loro stessi possano acquisire responsabilità individuale e autonomia di pensiero.

Mi autodenuncio perché, nella Scuola come nella vita, sono le persone quelle che contano.

Mi autodenuncio perché vado a scuola alla ricerca della e delle verità. Mi autodenuncio perché ritengo che la Scuola sia l’avamposto in cui battersi senza stregua per il diritto umano alla conoscenza. Mi autodenuncio perché cerco di trasformare la scuola da dentro.

Mi autodenuncio perché la Scuola è vita e ogni docente dovrebbe essere libero di poter svolgere il proprio compito in maniera viva, coinvolgente, appassionante, al di là del nozionismo e dei rigidi programmi scolastici che, invece, ne sono la tomba.

Mi autodenuncio perché lavoro quotidianamente per essere quel professore che non ho mai incontrato quando ero ancora uno studente.

Mi autodenuncio perché mi ostino a credere più nella singola persona che nei numeri o nei voti che devo dare a ciascun ragazzo per un obbligo ministeriale.

Mi autodenuncio perché, in classe, vedo tante persone diverse quanti sono gli studenti e non faccio mai confronti tra l’uno e l’altro.

Mi autodenuncio perché, a scuola, supero il concetto manualistico delle lezioni e lavoro direttamente con i ragazzi.

Mi autodenuncio perché, dentro e fuori l’aula scolastica, mi rapporto con gli allievi che mi trovo in carne e ossa davanti agli occhi e non con quelli che i registri misurano come si misurano le quantità.

Mi autodenuncio perché utilizzo i programmi ministeriali soltanto in modo trasversale o per tematiche guardando, perciò, più agli obiettivi formativi e legati alla persona che al conseguimento del programma.

Mi autodenuncio perché non mi importa di finire le pagine del libro di testo.

Mi autodenuncio perché ho sostituito l’ansia di non riuscire a finire il programma con l’attenzione verso il percorso maieutico e didattico di ogni singolo studente e delle varie Classi.

Mi autodenuncio perché considero il libro di testo soltanto uno dei vari e possibili strumenti, ma non il più importante né il privilegiato, anzi.

Mi autodenuncio perché cerco ogni giorno di dare ai ragazzi delle motivazioni forti e convincenti per fargli scegliere, ogni mattina, di andare a scuola.

Pier Paolo Segneri

Il manifesto del buon insegnante (secondo me)

  1. La scuola è amore.
  2. L’insegnante ama tutti gli studenti.
  3. Essere insegnanti è molto di più che fare l’insegnante.
  4. Si dice: “Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna” perché l’insegnamento appartiene all’essere e non al fare.
  5. L’insegnante è un maestro per i propri allievi, altrimenti non è.
  6. L’ora di lezione è, prima di tutto, l’opportunità che l’insegnante ha di stimolare la conoscenza, la curiosità, l’attenzione, il dubbio, il talento e l’apprendimento degli studenti.
  7. L’insegnante è un regista in aula, ma i protagonisti sono i ragazzi.
  8. Educare significa tirare fuori il meglio da ciascun alunno. Si insegna agli studenti, non la materia.
  9. Un buon insegnante cerca di creare, ogni giorno, le condizioni necessarie affinché gli studenti abbiano voglia d’imparare.
  10. L’insegnante ha il delicato compito di favorire in classe un clima sereno e coinvolgente, non certo un clima di terrore e di ansia.
  11. Al docente è richiesto di essere autorevole, non autoritario.
  12. L’autorevolezza dell’insegnante è data dagli studenti, dai genitori dei ragazzi, dai colleghi e dal personale scolastico. Quindi, un docente non può attribuirsela da solo e non può autonominarsi autorevole. L’autorità è data dal ruolo, l’autorevolezza va conquistata giorno per giorno.
  13. Gli errori degli studenti vanno salutati con rispetto perché sono occasioni ghiotte per imparare e per migliorare.
  14. Anche i professori sbagliano.
  15. Un buon insegnante sa ascoltare e sa farsi ascoltare.
  16. Le spiegazioni sono per tutti gli studenti, non soltanto per quelli bravi.
  17. Un bravo professore trasmette fiducia e ripone fiducia nei suoi allievi.
  18. Ogni bravo docente accresce e aggiorna le proprie conoscenze tutti i giorni.
  19. Lo stipendio di un insegnante è al di sotto, molto al di sotto, di quanto sarebbe dignitoso riconoscere.
  20. A volte, la noia sviluppa la creatività.
  21. La cultura e la conoscenza sono il nutrimento di una società libera.
  22. Libertà d’insegnamento e libertà di apprendimento sono le due gambe che permettono alla scuola di camminare.
  23. Quando uno studente si avvilisce o perde la propria autostima, allora il bravo docente riesce ad infondere al ragazzo la voglia di tornare a credere in se stesso.
  24. La finalità della scuola e del prof. è innanzitutto quella di permettere allo studente di conoscere se stesso e il mondo esterno che lo circonda.
  25. La dimensione affettiva e quella cognitiva camminano insieme e non vanno separate.
  26. Tutte le discipline coesistono e si completano a vicenda in un unico e affascinante sistema di relazioni, ponti, incontri, dialoghi, collegamenti interdisciplinari.
  27. L’insegnante facilita l’apprendimento.
  28. L’insegnamento è una forma d’arte.
  29. L’insegnamento aiuta gli studenti ad avere autonomia di pensiero e comprensione degli altri.
  30. L’insegnamento prepara gli allievi ad essere la cittadinanza attiva di oggi e di domani.

 

Pier Paolo Segneri