Professori in trincea

Sono trattati come dei privilegiati, con tre mesi di ferie, poche ore di lavoro settimanale, insomma: una pacchia! Invece, è semplicemente falso.

Gli insegnanti sono i nuovi profeti disarmati. Con le mani in alto vanno incontro al Potere dominante. Si sacrificano come fossero a Piazza Tienanmen. Esagero? Forse. Intanto, come in una metafora, i carrarmati avanzano contro le loro mani nude dei docenti o contro i professori precari con le buste della spesa semi vuote… Ma forse, con l’aiuto delle famiglie e degli studenti, i cingolati si fermeranno un attimo prima. Siamo in Italia. Qualcuno potrebbe continuare a pensare che esagero. Forse. Purtroppo, una cosa è certa: qui da noi, per anni, una mentalità chiusa e furbastra, stolta e vuota, arrogante e becera, ha tentato di trasformare i professori in una categoria di falliti, perduti, bistrattati, derisi, malpagati, quasi a rappresentare il sottoproletariato urbano. E il messaggio che è passato ai giovani è pressoché univoco: è inutile studiare, si perde tempo e basta, al massimo si diventa professori, cioè dei falliti, meglio allora scegliere la strada corta, il vicolo stretto, la via breve. E la crisi si avvita su se stessa.

Ovviamente, come in tutti i mestieri, come accade in tutte le professioni, ci sono gli insegnanti bravi e quelli meno bravi, ci sono professori in gamba e alcuni senza vocazione, ci sono persone che meritano e persone che latitano, ci sono docenti validi e docenti che dovrebbero dedicarsi ad altro, ci sono maestri e capre. Ma la funzione degli insegnanti resta fondamentale. Anzi, è diventata nevralgica, cruciale, non più rinviabile. E’ questa la frontiera di un Paese alla deriva e che voglia uscire dalla crisi. In altre parole, i professori dovrebbero essere dei maestri. Sono dei maestri. Andrebbero rispettati, ringraziati, applauditi per il lavoro che svolgono e che portano avanti dalla mattina alle otto, con l’ingresso in aula per la prima ora di lezione, a tarda sera, quando terminano di correggere i compiti in classe o di preparare la lezione per il giorno dopo. Senza contare le riunioni, gli incontri con le famiglie, le ore per il collegio dei docenti, il consiglio di classe, l’aggiornamento, gli scrutini, il recupero dei debiti scolastici e chi più ne ha più ne metta. L’elenco degli impegni lavorativi dei professori sarebbe troppo lungo. Ma sono trattati come dei privilegiati, con tre mesi di ferie, poche ore di lavoro settimanale, insomma: una pacchia! Invece, è semplicemente falso. Quello che è vero, al contrario, è che senza un riconoscimento sociale del ruolo svolto dai professori e senza il ripristino dell’autorevolezza del ruolo di insegnante nel comune sentire, anche gli studenti perdono la loro centralità nella Scuola e tutto si frammenta, si sgretola, si disgrega. E il Paese affonda. Eppure, malgrado tutto, in questo lungo tempo di crisi, il più importante impegno sociale e d’integrazione civile viene svolto dai professori, dai dirigenti scolastici, da tutto il personale che lavora nelle scuole come fosse una trincea. Senza plausi e senza onori. Per senso di responsabilità. Insomma, per uscire dalla crisi è necessario entrare nel futuro. E il futuro esiste soltanto se c’è memoria. E la Scuola è il luogo principale dove la memoria coltiva il futuro. E mi riferisco innanzitutto al futuro dell’essere umano, della persona, dell’individuo e dell’intera collettività, dell’Italia e dell’Europa. Perlomeno, il futuro delle nostre città. La Scuola è la nostra frontiera. Anche l’Università, ovviamente. Ma un Potere cinico e fine a se stesso, affarista e ignorante, ha trasformato la Scuola in un’appendice marginale della società affidandole un ruolo secondario rispetto alla responsabilità della formazione di nuovi cittadini, consapevoli e coscienti. Prima, molto prima, a segnare il percorso formativo dei ragazzi, ci sono la televisione, il web, internet, la tecnologia, la burocrazia, i social-network. Ma tutte queste cose sono dei mezzi e non possono diventare il fine. Sono degli strumenti e non devono diventare lo scopo della collettività. L’uscita dalla crisi passa attraverso la cultura, l’arte, la ricerca, la scuola, l’università, la bellezza. Invece, niente. I problemi della Scuola sono tantissimi, sono sempre gli stessi e si aggravano ogni giorno di più. La burocrazia è soffocante, i soldi sono pochi e le spese sono troppe, mancano gli strumenti didattici, le aule sono mal ridotte, gli ingranaggi a volte non girano, la struttura è bolsa e ingabbiata. E non basta: le mancanze e le responsabilità sono diffuse e il sistema scolastico appare spesso inadeguato alle sfide del futuro. Ciascuno dovrebbe impegnarsi a migliorare se stesso. E’ il compito che ciascun docente dovrebbe assumersi. Il cambiamento parte dalla restituzione sociale della funzione, dell’autorevolezza e dell’importanza dei professori. Altrimenti, lo studente (il futuro) non è più il fine della scuola, ma diventa soltanto un mezzo, uno strumento che serve a giustificare l’esistenza della scuola e, dunque, il fine ultimo della scuola diventa quello di essere autoreferenziale. Ne riparleremo ancora.

 

Pier Paolo Segneri

 

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