Le parole della Politica e la politica delle Parole

Siamo in piena campagna elettorale in vista delle elezioni politiche e regionali del 4 marzo 2018.

Si sente la necessità di informarsi sui candidati,sui programmi,sulle scelte di governo,sugli scenari di coalizione: quotidiani, riviste di settore, telegiornali, talk show, interviste. Sembra però che la qualità degli strumenti sopracitati sia scarsa, al limite del superficiale più dozzinale.
Fino ad alcuni decenni fa penne sublimi come quelle di Eugenio Montale, Indro Montanelli, Curzio Malaparte e Oriana Fallaci, solo per citarne alcuni, riempivano pagine di giornali con articoli brillanti, dove contenuti assolutamente equilibrati venivano trattati con un linguaggio colto, ma non accademico, piacevole, ma non banale, intrigante, ma non insidioso.

Negli anni ’60 e ’70 c’era quindi un giornalismo ”di cultura”, eppure l’Italia non poteva ancora definirsi completamente alfabetizzata. Oggi c’è il paradosso: una nazione dove tutti sanno leggere, eccetto quelle poche persone che rappresentano la generazione contadina del secondo dopoguerra, eppure la qualità dei servizi d’informazione ha subìto una flessione qualitativa che spesso raggiunge picchi di imbarazzante scarsità culturale.

I leader dei partiti, affiancati spesso da goffi ed impreparati consiglieri, nel redarre i loro programmi ”acchiappa-voto” fanno un uso sovrabbondante e spregiudicato di tecnicismi e anglicismi, termini inadatti per la stesura di contenuti politici poi consultati da milioni di persone (italiane e spesso poco aperte a forestierismi).

Un termine in inglese è forse più allettante di un vocabolo italiano? O forse non sono tentativi per edulcorare il vero significato di una parola, che altrimenti sembrerebbe infausta? ”Austerity” non esprime la necessità urgente di risparmio sulle spese pubbliche e sui finanziamenti? Ma anche ”task-force” che rimanda la mente a protocolli segreti, ”jobs act” che ci fa pensare ad un’impennata di dinamismo e produttività nel mondo del lavoro, per poi capire che non esiste alcuna svolta e tornare così allo sconforto. L’italiano esce quindi di scena a testa bassa, silente, sottomesso da burocratese e politichese, due ostiche degenerazioni della nostra lingua.
Si punta solo alle poche parole d’effetto dello slogan elettorale. Si cerca l’aforisma che si spera porti con sé il sentimento completo di un programma, di una storia, di un percorso, di una speranza. Ci si aggrappa quindi a frasette piene di filosofia spicciola pur di evitare il confronto con discorsi più larghi, dove un errore diventerebbe velocemente uno scivolone imbarazzante.

Manca l’approfondimento, che non significa pesantezza. Manca il coraggio di osare,che non significa voler andare contro gli altri.

In poche parole, si limitano le parole. Lo stile telegrafico abbatte ogni tiepido abbozzo di prolissità, evitando così il rischio di apparire fuorvianti logorroici. E così, in maniera velata,i politici (o chi per loro) manifestano la loro mancanza di preparazione, di slancio culturale, di vera modernità. Perché ”sintesi” non è sinonimo di modernità, semmai di timore. Quel timore che non fai mai sbilanciare nessuno, che fa rintanare i più timidi negli schemi fissi fatti dagli stessi discorsi e dalla stesse parole.
Nella rete si contano decine di video – per lo più interviste o frammenti di discorsi – dove i nostri parlamentari si fermato al bivio dei verbi: ecco ricomparire, ad esempio, il vecchio fantasma del congiuntivo che, seppur fantasioso e inizialmente comico, denuncia la falle di una base culturale bassa o addirittura inesistente, nonché l’essere totalmente disinteressati ad apparire come colti e forbiti.

Bisogna tornare ad una politica più ”poetica”.

Quella politica che ha scritto la nostra Carta Costituzionale, che si fa autentica portatrice di bellezza, di cultura, di verità. Ad un politico deve stare a cuore anzitutto la guida umana e culturale di un popolo. Le altre qualità – scientifiche, tecniche, organizzative – nonché il piglio diplomatico, possono essere eminentemente di perfezionamento ad un disegno di idee e di punti programmatici, ma in alcun modo possono sostituirlo.

Enrico Laurito

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...