La legge della giungla o il Libro della Giungla?

Gli ultimi avvenimenti di cronaca, che riguardano alcuni atti di violenza avvenuti all’interno del mondo della scuola italiana, ci spingono necessariamente alla riflessione. Inoltre, mi spingono a scrivervi di nuovo.

La scuola è vita e non è altro dalla vita.

E’ un concetto, una visione, un approccio che ci ha tenuto compagnia da Ottobre ad oggi, ma ancor di più è necessario ribadirlo ora. Infatti, gli ultimi avvenimenti di cronaca, che riguardano alcuni atti di violenza avvenuti all’interno del mondo della scuola italiana, ci spingono necessariamente alla riflessione. Inoltre, mi spingono a scrivervi di nuovo.

E’ un dialogo, il nostro, che prosegue giorno dopo giorno e che vorrei poter onorare anche con il seguente testo scritto, da leggere come una missiva a voi studenti, ai genitori e a tutti i colleghi. Ma soprattutto agli studenti, che sono i protagonisti della scuola.

Spero, in tal modo, di dare un’ulteriore occasione per ri-conoscerci. Ogni professore vive l’aula in maniera intensa e diretta. Tutti. In maniera diversa, ma tutti. Ecco perché, in virtù ormai dell’esperienza acquisita in classe, sono solito individuare due differenti approcci per affrontare le dinamiche della scuola, cioè della vita: quello dettato dalla legge della giungla e quello che s’ispira al Libro della Giungla di Kipling.

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Nel primo caso, l’aula scolastica diventa il luogo dove vige la legge del più feroce, del pesce grande mangia pesce piccolo, del cinismo, del mors tua vita mea, del rispetto soltanto per coloro di cui si ha paura o della paura che si trasforma in violenza, in arroganza, in conflitto perenne o in sudditanza.

Anche fuori dall’ambito scolastico, la legge della giungla porta ad assumere due modalità, che sono – poi – anche due comportamenti: quello che conduce alla sopraffazione del più debole da parte dell’autorità o del più spietato e quello in cui tutte le debolezze umane, le varie frustrazioni, le grandi o piccole insoddisfazioni, le ferite interiori, i traumi personali, la mancanza d’affetto o d’amore divengono la base, il terreno arido da cui scaturiscono atteggiamenti violenti, astiosi, prepotenti, rabbiosi, bestiali. Come accade con la piaga del cosiddetto bullismo o, comunque, in molti atteggiamenti arroganti, prepotenti, strafottenti. Tra l’altro, spesso tipici dell’adolescenza.

In realtà, la vera debolezza è quella del bullo, che non sa affrontare il peso gravoso delle proprie fragilità e le risolve nel modo più stupido, più facile, più immediato.

Diciamolo chiaramente: il ragazzo che si esprime con la violenza è un soggetto debole, debolissimo perché colma le sue fragilità con l’istinto, l’impulso, la rabbia. Però, ricordiamo anche che esiste “la legge universale degli uomini” ed è quella del Libro della Giungla mentre la legge della giungla è quella che vige nel regno animale, dove ci sono predatori e prede, chi divora l’altro e chi ne subisce la ferocia oppure fugge a zampe levate, sempre per paura. La legge della giungla è quella che conduce a chinare il capo di fronte a chi ti minaccia, a chi ti spaventa, a chi ha il coltello dalla parte del manico o a diventare feroce come e più delle belve. Come accade nel regno animale. Ma noi siamo uomini, non bestie. Siamo persone, non animali. Siamo esseri pensanti e non soltanto esseri istintivi, impulsivi, epidermici.

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Ecco perché continuo a ripetere ogni giorno che, in quanto insegnante, in classe e fuori dall’aula, il mio obiettivo prioritario è quello di trasmettere la “legge universale degli uomini”, come la chiama Kipling nel Libro della Giungla, e di mettere sempre l’amore sopra la paura.

Noi esseri umani siamo Testa e Cuore.

Oltre all’istinto, siamo testa e cuore. E la persona davvero forte agisce con testa e cuore. La vera forza è quella interiore. La forza si riconosce dalla sensibilità spiccata, dall’umiltà, dal rispetto per gli altri. La persona coraggiosa non è quella che non ha mai paura, ma quella che affronta la paura e la supera. Ciò che facciamo a scuola, quindi nella vita, non deve essere dettato dalla paura di chi si dimostra più feroce di noi e nemmeno delle conseguenze disciplinari, dalle minacce, dai ricatti di qualsivoglia genere, ma dalla comprensione delle regole assunte, dalla nostra coscienza, dalla responsabilità personale, dall’amore per noi stessi e per il prossimo. La paura può essere un freno che ci rende sudditi o uno stimolo che ci aiuta ad essere responsabili. Del resto, la paura è un sentimento che ci appartiene e può essere per molti aspetti positivo e importante, ma – secondo il mio personale metodo di apprendimento adottato in classe – non può diventare il sentimento che ci domina, ci comanda e che ci fa regredire verso la logica animale, dell’obbedienza al più feroce, al più violento, a chi s’impone con una zampata.

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L’aula scolastica non può essere il luogo dello scontro fisico animale, violento, irrispettoso per se stessi, per gli altri e per le regole della convivenza civile.

Neppure se ad imporre un clima di paura e di sudditanza è l’insegnante autoritario. La legge della giungla è quella di una comunità umana involuta e primitiva. Lo sappiamo e l’ho ripetuto più volte:

l’autorevolezza può fare molto di più dell’autoritarismo.

Credo che la più grande responsabilità sia stata quella di aver tolto l’autorevolezza ai docenti perché l’autorevolezza non possono darsela da soli i professori, non possiamo dire “noi docenti siamo persone autorevoli”, ma sono gli altri (genitori, studenti, istituzioni, giornali, mass-media) che possono dare o togliere l’autorevolezza agli insegnanti. Come? Riconoscendo o negando a priori la qualità degli insegnanti che, per essere dove sono, hanno studiato a lungo, si sono laureati, hanno conseguito l’abilitazione all’insegnamento, hanno vinto un concorso, hanno fatto lunghi sacrifici.

L’umiliazione non si può accettare, in nessun caso.

L’umiliazione porta al disastro e produce danni immensi, gravi, profondi. Sia che si tratti dell’umiliazione nei confronti di uno studente sia che si tratti dell’umiliazione nei confronti degli insegnanti E la paura non deve essere una leva per farsi obbedire perché sappiamo che la paura può essere una delle emozioni più terribili e deleterie che noi conosciamo.

In altri casi, però, la paura può difenderci e stimolarci. Di che tipo è la tua paura? Ti aiuta a migliorare, a trovare il coraggio per affrontarla e ti rende più risoluto, più coraggioso, più attivo? Oppure ti paralizza? La paura ti rende più consapevole oppure ti rende più debole con i forti e più forte con i deboli?

Quando, l’altro giorno, dopo l’ennesimo mio rimprovero e conseguente cartellino giallo, uno studente mi ha detto in classe: “Ma mica mi metto paura per i bigliettini gialli!”. Io ho subito replicato: “Ma tu non devi aver paura”.

Tu, Caro studente, non devi disobbedire perché non hai paura e nemmeno obbedire per paura, ma agire avendo capito l’importanza e la validità delle regole. Dovresti agire, in altre parole, per amore e non per paura. Agire in modo rispettoso, per amore verso la conoscenza, verso i compagni, verso i professori, verso l’apprendimento, verso te stesso.

Puoi sconfiggere la paura soltanto se ti poni nelle condizioni di capire, di comprendere, di renderti conto, di essere consapevole, di acquisire una responsabilità, fino al punto di riuscire a regolarti da solo. Sono convinto che, in classe, insieme, possiamo far emergere un pensiero elevato. Come accade sempre più spesso durante le nostre lezioni di Geostoria, di Cittadinanza e Costituzione e come si evince dai vostri temi d’Italiano.

La paura, quindi, non va subita, ma affrontata e resa un’occasione positiva per la crescita e il miglioramento.

Quando la confusione in aula o il troppo chiacchiericcio concorrono a disturbare la lezione, e qui mi rivolgo a tutta la Classe, chi ne paga le conseguenze immediate siete proprio voi studenti che perdete l’occasione di apprendere, di vivere l’attività didattica, di conoscere, capire e migliorare.

Mi piace quando riusciamo a creare un clima di serenità in classe. Senza paure e senza ansie.

Di più: credo che, almeno durante le mie ore, fin dal primo giorno insieme, le paure e le ansie le abbiamo lasciate fuori dalla porta. Oppure sono diventate elementi stimolanti, cioè dei veri e propri motori che hanno fatto emergere una vostra maggiore consapevolezza e vi hanno permesso di acquisire una prima capacità critica. Bravi. Ma ricordatevi di alzare la mano per chiedere la parola e attendete che vi sia data prima di parlare.

La scuola non è un carcere e non è una caserma.

La scuola è vita, bellezza, idee, cultura, collaborazione, cooperazione, ascolto, dialogo, attenzione reciproca, lealtà, studio, sete di conoscenza, sogno, affettività, impegno, talento, creatività. Insomma, detto in una parola, la scuola è amore.

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Appena ho messo piede in quest’aula, il giorno in cui sono arrivato, ho cercato di educare voi studenti alla libertà. Questo è ciò che cerco di fare: educare alla libertà, cioè alla responsabilità, alla consapevolezza, alla comprensione delle regole e delle persone, all’emergere di un pensiero elevato. Tutto questo, personalmente, lo chiamo “legge universale degli uomini”, cioè il Libro della Giungla. Lo conoscete?

E allora, ricordatevi sempre di essere creativi, rispettosi dell’altro, responsabili.

Prof. Pier Paolo Segneri


Se…

Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio.
Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.
Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”.
Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

 

Poesia di Joseph Rudyard Kipling scritta nel 1895.

Tratta dal libro “Ricompense e Fate” (“Rewards and Fairies”).

Metamorfosi o cambiamento?

In genere, siamo abituati a parlare di cambiamento quando vogliamo dare un significato positivo al vocabolo, cioè quando vogliamo indicare un passaggio da una situazione ormai sgradevole ad un’altra più piacevole della precedente. E’ quasi una suggestione. Infatti, si può anche cambiare in peggio, ma – di solito – si utilizza il concetto di cambiamento per indicare la necessità di voler chiudere con il passato e tentare altre o nuove esperienze.

La domanda allora è: quello che stiamo vivendo politicamente, oggi, nel nostro Belpaese, è davvero un cambiamento oppure è una metamorfosi del Potere dominante?

La storia dell’Italia repubblicana ha ormai settanta anni e più. I Corsari sono convinti che la metamorfosi del Potere continua a compiere il suo solito e stanco giro su se stessa. La storia di questo settantennio, infatti, è una storia ciclica, che procede seguendo una forma a spirale, fatta di corsi e ricorsi storici, di ritorni e rimandi, di culmini e di crisi, di risoluzioni e di fasi politiche controverse, di colpi di coda del Potere fine a se stesso e di conquiste civili, di rinascite e ricadute, di novità e percorsi a ritroso, di Vecchio regime e di Nuove stagioni.

E’ una storia cominciata con il referendum del 1946 tra Monarchia e Repubblica.

Ma, forse, la data di nascita dell’Italia repubblicana andrebbe fatta coincidere con il 1° gennaio 1948 e con le successive elezioni del 18 aprile dello stesso anno, cioè con il giorno dell’entrata in vigore della nostra Carta Costituzionale e con le prime consultazioni elettorali per il nuovo Parlamento della Repubblica. Ecco la prima data da tenere a mente: 18 Aprile 1948.

Da quel momento, purtroppo, la partitocrazia italiana ha avuto un graduale ma sempre più becero ruolo spartitorio e dominante dentro il Palazzo fino a raggiungere abissi indicibili. All’ormai lontano 1948 è seguito, quindi, quello che potremo definire come il primo trentennio di questo settantennio partitocratico, cioè un periodo della nostra storia repubblicana che identifichiamo con la Prima repubblica. Una Prima Repubblica iniziata, perciò, secondo questa personale lettura politica, nel 1948 e terminata nel 1978 con la morte di Aldo Moro. E’ con l’assassinio di Aldo Moro, infatti, che finisce la Prima Repubblica. Oppure, non è ancora finita. Ovvero: assistiamo all’avvitarsi di una metamorfosi del Potere che assume nuove forme per continuare a dominare.

Pensiamoci attentamente: la storia della Prima Repubblica, avviatasi nel 1948, ha avuto termine con la scomparsa e l’uccisione di Aldo Moro. Eppure è proseguita anche dopo, attraverso il sopra citato ciclo politico della cosiddetta “transizione infinita”, fino ai nostri giorni, sviluppandosi in senso partitocratico e sopravvivendo, così, anche nella Seconda Repubblica, fino ad oggi. Senza esclusione di continuità.

Altro che Terza Repubblica! Siamo ancora nella Prima.

Secondo questo mio ragionamento, allora, la Seconda Repubblica ha avuto inizio nel 1979, con la caduta del governo di solidarietà nazionale e con la successiva crisi, durata ben 49 giorni, gestita dall’allora presidente del Consiglio dei Ministri, Giulio Andreotti. E così, seguendo tale filo rosso, possiamo affermare che: se la Prima Repubblica è terminata nel 1978, la Seconda è finita nel 2008. Infatti, se ci pensiamo bene, si è conclusa con la caduta del governo di Romano Prodi. Inoltre, bocciando un governo di transizione e puntando al voto subito, in realtà, nel 2008, Silvio Berlusconi ha provocato la fine della Seconda Repubblica di cui egli stesso è un prodotto diretto.

E’ una tesi di cui sono convinto da tempo e che ho ripetuto più volte, in occasioni pubbliche e private, in alcuni articoli e anche in un libro. Tra le attuali macerie dello Stato di diritto e della libertà democratica, tra le macerie istituzionali e costituzionali, sotto il crollo del governo Prodi, è potuto emergere il Movimento Cinque Stelle.

Quello che sta accadendo oggi è semplicemente la conseguenza di quel crollo, già avvenuto nel 2008.

Siamo ormai oltre. Siamo nel 2018. Perciò, tutti coloro che aspettano la fine della Seconda Repubblica, legandola e personificandola soltanto con il Potere di Silvio Berlusconi o – peggio – di Matteo Renzi, in realtà, non si sono accorti o non vogliono ammettere che quella fase del Vecchio Regime è finita con la fine del governo Prodi. In questa lunga transizione, dopo settant’anni di partitocrazia, c’è bisogno di immaginare un futuro migliore. Sono in molti, invece, anche nel Pd, a non aver compreso che la Terza Repubblica è già iniziata nel 2009, in perfetta continuità con il Regime passato. E tale continuità è garantita dal M5S.

La Seconda Repubblica è finita nel 2009, con la nascita dei pentastellati. Ma nel Pd non se ne sono ancora accorti. Silvio Berlusconi naviga a vista. Il tempo è trascorso. Siamo già nella Terza Repubblica dal 2009.

E’ l’ennesima metamorfosi del Potere? I Corsari credono proprio di sì.

Pier Paolo Segneri

Che cos’è la Politica?

La Politica è un’arte.
La sua missione è quella di sconfiggere il tempo e innalzare la vita dei cittadini.
La Politica è cultura, è conoscenza, è ricerca delle verità.
Lo scopo della Politica è la libertà dell’individuo, della persona, l’essere umano.
La Politica deve agire per “abolire la miseria”, scriverebbe Ernesto Rossi, un grande politico del passato, ma sempre attuale.
La Politica, nel senso alto e nobile della parola, è linguaggio, comunicazione, interdipendenza, ascolto, creatività.
Non a caso, la politica è visione del mondo, intuizione delle forme, immaginazione del possibile, realizzazione di un’idea. In poche parole, la politica è l’arte del “nuovo possibile”.

La Politica è un’arte.

La sua missione è quella di sconfiggere il tempo e innalzare la vita dei cittadini.
La Politica è cultura, è conoscenza, è ricerca delle verità.
Lo scopo della Politica è la libertà dell’individuo, della persona, l’essere umano.
La Politica deve agire per “abolire la miseria”, scriverebbe Ernesto Rossi, un grande politico del passato, ma sempre attuale.
La Politica, nel senso alto e nobile della parola, è linguaggio, comunicazione, interdipendenza, ascolto, creatività.
Non a caso, la politica è visione del mondo, intuizione delle forme, immaginazione del possibile, realizzazione di un’idea. In poche parole, la politica è l’arte del “nuovo possibile”.

La politica, anche con la p minuscola, è tale se è in grado di governare gli eventi, prevedere gli imprevisti, superare le crisi, essere lungimirante, offrire possibilità.
La politica è tale se sa ascoltare, comprendere, osservare.

Insomma, la politica è un’arte con sue specifiche peculiarità, con sue particolari caratteristiche, con forme e materiali di difficile lavorazione.

Non è più il tempo degli alchimisti, degli stregoni e dei venditori di fumo.
La Politica, come pure l’arte, nasce dalla Memoria, che vive nel presente e si proietta con un progetto verso il futuro. La politica è amore.
I Partiti politici dovrebbero cambiare forma e struttura.
Dovrebbero dialogare, discutere, studiare, approfondire, comprendere, darsi altre regole e rispettarle.

I Corsari, da questo punto di vista, sono assai più avanti rispetto al cammino dei più.

Quella dei Corsari, infatti, è una visione e, secondo tale visione, la democrazia necessita di un “metodo liberale” in grado di tutelarla. Invece, purtroppo, gli attuali apparati partitocratici, al contrario di quanto servirebbe, non hanno più niente di liberale al loro interno e sono ormai divenuti oligarchie verticistiche, organizzazioni personalistiche, contenitori di poltrone, segreterie elettorali, comitati d’affari.

Più che a Partiti, assomigliano sempre di più a soggetti burocratici senza idee e senza dibattito, troppo chiusi nelle proprie nomenclature e gerarchie, con la sola premura di trovare un modo per sopravvivere a questo cambiamento che rischia di spazzarli via.

Dobbiamo capire che “liberale” è innanzitutto un aggettivo, non un sostantivo.

Il cambiamento in corso si muove secondo tutta un’altra mentalità rispetto a quella dominante negli attuali Partiti o Movimenti, compreso quello di lusso a Cinque Stelle, che rispecchia le nuove esigenze del Vecchio Regime.
La politica non è il pragmatismo ideologico dei fatti, spesso evanescenti e inconcludenti, ma la forza delle idee, del dialogo, della discussione.
La Politica, con la maiuscola, non è il Potere. Casomai, la Politica è il “potere”, ma scritto con la minuscola, cioè inteso come “possibilità”: poter fare, poter dire, poter agire, poter governare, poter discutere, poter essere.

La Politica è l’arte del “nuovo” possibile.

Si potrebbe ricorrere ad una citazione cinematografica, quella del film Star Wars (Guerre Stellari), e affermare che la Politica è la Forza mentre il Potere è il Lato Oscuro della Forza. Credo che il cuore dei Corsari sia forte e coraggioso perché sceglie ogni giorno la luce che illumina il cammino e non l’opacità dell’ombra che conduce nell’oscurità del Potere.

Pier Paolo Segneri

 

La scelta di ciascuno e il metodo di ricerca per tutti

Cari studenti, come sapete, amo il dialogo che si instaura tra il professore e gli allievi.
Amo i discorsi che costruiamo insieme, le parole approfondite, il lessico ragionato, l’ascolto reciproco, l’intesa intellettuale, la curiosità stimolata e il dubbio da coltivare. Insomma, prima di assegnarvi il libro da leggere per il prossimo mese, ho riflettuto. E ho indicato un campo libero, seppur con dei confini.

Cari studenti, come sapete, amo il dialogo che si instaura tra il professore e gli allievi.

Amo i discorsi che costruiamo insieme, le parole approfondite, il lessico ragionato, l’ascolto reciproco, l’intesa intellettuale, la curiosità stimolata e il dubbio da coltivare. Insomma, prima di assegnarvi il libro da leggere per il prossimo mese, ho riflettuto. E ho indicato un campo libero, seppur con dei confini. Ora ho deciso di scrivervi per darvi due fondamentali messaggi di comprensione sul lavoro didattico che stiamo svolgendo: da una parte, capire l’importanza della scelta che si compie o si vuole compiere; dall’altra parte, la ricerca che conduce a una scelta autonoma e ragionata. In altre parole, per chiarire ancora meglio, potremmo collegare questi due elementi (la scelta e la ricerca) alla responsabilità personale e alla consapevolezza di ciascuno della scelta compiuta. In questa logica s’instaura anche il metodo scientifico. Lo studio umanistico e il mondo scientifico sono uniti.

Amo quando ci esercitiamo a discutere nel rispetto degli altri e nel rispetto delle persone, anche nella diversità di ciascuno.

Infatti, ci ritroviamo spesso a discutere con passione, ma vi ripeto ancora: alzate la mano prima di parlare. Amo quello che ci diciamo: le frasi dette e, addirittura – certe volte – le frasi fatte. Oltre a quelle non dette. Ecco perché vi scrivo di nuovo ed ecco perché continuo a mettere nero su bianco alcune delle tante riflessioni che ci siamo scambiati in classe e che ancora ritornano, giorno per giorno, giorno dopo giorno. Tanto più che, non sapendo se sarò il vostro insegnante anche l’anno prossimo, allora – inconsciamente – cerco forse di lasciarvi qualcosa di scritto che possa rimanere nel tempo, anche dopo il tempo che passeremo insieme nella stessa aula scolastica. E’ probabile che l’anno prossimo non sia più al Liceo “Gelasio Caetani”, per questo motivo vi invito a cogliere oggi il meglio che io vi possa dare come insegnante. Anzi, tutto quanto sia possibile cogliere del mio metodo d’apprendimento. Approfittate ora di ogni istante per apprendere ciò che oggi cerco di trasmettervi: conoscenza, comprensione, consapevolezza.

Ogni volta, vi scrivo qualcosa di cui voi possiate far tesoro. Almeno spero. A tal proposito, l’indicazione che vi ho dato di ricercare il titolo del libro da leggere per il prossimo mese non è casuale. Anzi, è stata una decisione pensata. E’ la scelta stessa ad essere parte integrante del compito e dell’apprendimento, quindi della valutazione.

Tale esercizio di ricerca conduce, inevitabilmente, ad assumersi – poi – la responsabilità diretta della scelta compiuta. E’ un passaggio cruciale, nevralgico e senza il quale non si può compiere una scelta ragionata. Se si decide senza prima ricercare, approfondire, comprendere, capire, rendersi conto, allora si può solamente scegliere per istinto, in maniera inconsapevole, impulsiva. Ma la responsabilità resta.

Prima di scegliere il libro, perciò, vi ho messo tutti nelle condizioni di dover ricercare le notizie e le informazioni necessarie per individuare un testo che voi, oggi, riteniate di vostro gusto e che siete contenti di leggere in questo momento della vostra vita.  

Insomma, il compito che vi ho dato è il frutto di una riflessione che ho fatto in modo ragionato e pensato. Certo, tante volte mi capita d’improvvisare, non lo nego, ma l’improvvisazione è sempre figlia dell’esperienza, dello studio, della vita vissuta.

Si può improvvisare quando si hanno alle spalle tragitti percorsi e chilometri di cammino sulle gambe.

Eppure, stavolta, l’idea di farvi scegliere a piacere un testo di letteratura italiana del Novecento è stata un’idea che vi offre molta libertà, ma la libertà non è mai scissa dalla responsabilità. Quindi, l’assumervi la responsabilità della scelta compiuta è stata – per il sottoscritto – un’idea pensata e ragionata a lungo. Infatti, per poter scegliere il libro da leggere, pur rispettando alcuni criteri e paletti indicati dal docente (proprio per non mandarvi allo sbaraglio), ciascuno di voi spero abbia cominciato ad apprendere un metodo di ricerca e, di conseguenza, in virtù degli elementi acquisiti con la propria indagine personale, aver compiuto una scelta consapevole. Giusta o sbagliata che sia.

Sul Dizionario Treccani si legge:

Scelta. Libero atto di volontà per cui, tra due o più offerte, proposte, possibilità o disponibilità, si manifesta o dichiara di preferirne una (in qualche caso anche più di una), ritenendola migliore, più adatta o conveniente delle altre, in base a criterî oggettivi oppure personali di giudizio, talora anche dietro la spinta di impulsi momentanei, che comunque implicano sempre una decisione”.

Aggiungo soltanto un particolare interessante: i Greci, per indicare il termine scelta, usavano la parola “eresìa”.

Capito? Ne parliamo insieme.

Pier Paolo Segneri