Diario di Bordo – #7

Affrontare il drago che brucia le parole.

Caro Diario…

L’altro giorno, al solito Bar dei Corsari, eravamo in tanti per farci gli auguri di Natale e di Buone Feste. C’era Pier Luigi, c’erano Carlo e Marco, Enrico e Fabia, Camilla e il sottoscritto, Daniele e Lorenzo, Chiara e Antonella. Tutti a parlare di complessità. A causa di Pier Luigi, che ama tornare su questo discorso. Del resto, quando – nel 2013 – dentro “il cantiere” facevamo le nostre analisi sulla società della conoscenza e sulla società complessa, eravamo in pochi a utilizzare la parola complessità.

Ora, invece, è “complesso” è diventato un termine inflazionato e ha perso di forza, di senso, di energia. Infatti, nel bel mezzo della conversazione, forse esausta per il troppo lavoro sul Veliero corsaro, Chiara ha detto: “In ogni talk show televisivo, da un po’ di tempo a questa parte, c’è sempre un ospite che pronuncia la solita fatidica parola: complessità. Ma nessuno che dica che cosa significa questa bella parola”. Fabia le ha dato ragione rafforzando il concetto: “Prima, fino a qualche anno fa, eravamo in pochi a definire il nostro mondo come una società complessa, ora se ne fa un uso spasmodico, un abuso insopportabile che svuota il vocabolo di qualunque significato.”

Carlo, come va ripetendo da anni, ha ribadito a tutti i Corsari quello che è divenuto il suo incipit ad apertura di ogni conversazione: “In tv, ormai, non dicono più niente e, per dire qualcosa, c’è sempre qualcuno che interviene nel dibattito affermando la complessità del mondo d’oggi. Ma che vuol dire? Qual è il senso di tale espressione? Non si sa. Mistero. Parole vuote. Parole svuotate di senso. Suoni gutturali. Si dice che il nostro sia un sistema complesso, ma non viene spiegato che cosa sia questa complessità”.

Lorenzo rincalza la dose: “Non sopporto più coloro che, dentro un discorso o durante una piacevole conversazione, affermano di essere persone concrete e pragmatiche. È una pandemia vera e propria… Siamo circondati da pragmatisti che si vantano di aver aderito a tale nuovo ideologismo politico. Non ne posso più”.

A quel punto, sono intervenuto io: “Bravo. Proprio così, bravissimo Lorenzo. È un tormentone estivo. Incontro soltanto interlocutori che dicono (badate bene, se lo dicono da soli) di essere concreti”.

Caro Diario…

Non si trova più nessuno che mi dica: “Sai, io sono una persona fantasiosa, creativa e anche piena di sogni, di ideali, di poesia“. Niente. Sono tutti pragmatici e lo rivendicano come fosse un merito incontestabile, così da scansare equivoci e presentarsi come persone affidabili, con la testa sulle spalle, coi piedi ben piantati a terra, privi di pensiero e di qualunque visione, di qualsivoglia filosofia, senza alcuna immaginazione. Antonella ha giustamente definito tali individui come “teste vuote”.

Camilla, allora, con la forza che le appartiene e la dolcezza femminile che la connota, ha aggiunto: “Non trovo più nessuno che mi dica di essere mosso da idee e da ideali, ma sono in tanti a essere spinti e sospinti dal guadagno, dal senso per gli affari, dalla concretezza, dal fare, fare, fare, ovviamente per un alto e nobilissimo tornaconto personale, che ricadrà a vantaggio di tutti. Ovvio”.

Caro Diario…

Nessuno che trovi più il coraggio di ammettere di essere una persona di pensiero oppure che dica di essere un teorico perché non può esserci azione politica senza teoria politica. E non sto parlando d’ideologismo, ma di cultura politica, di teoria politica, di pensiero politico, di metodo politico. Non di astrazioni ideologiche. Ma niente, incontro tutti uomini d’azione, realisti e realizzati, che rivendicano di essere uomini concreti. Come a dire: “Tu fai poesia mentre io faccio i fatti“. Sottotesto: “Tu sei un ingenuo, un sognatore, un inetto, un cantastorie, un poveraccio mentre io sono scaltro, furbo, moderno, risolutivo e risolutore”.

Caro Diario…

È a quel punto della mia riflessione che si è inserito Marco nella discussione, con le seguenti e testuali parole: “Ormai, in politica, ci sono soltanto pragmatici, quando – invece – a ben vedere, sono soltanto l’altra faccia della Luna, cioè dell’astrazione, della fuffa e del politicamente corretto. Dicono di fare, ma fanno solo chiacchiere. Anzi, dicono: fatto, fatto, fatto…!”.

Subito sento il dovere di intervenire ancora e, prima che Marco avesse finito la frase, aggiungo: “E, in realtà, sono degli emeriti inconcludenti, degli ignoranti malati di pragmatismo, cioè persone frustrate, immerse in questa nuova ideologia chiamata pragmatismo. E si raccontano bugie, raccontano bugie a loro stessi e agli altri per ingannarsi meglio o per autocompiacersi”.

Enrico trova il suo abituale momento di saggezza misto ad ironia: “Coloro che dicono sempre di essere concreti, Pier Paolo, mostrano il volto dietro la maschera ed è il solito volto dell’evanescenza e dell’astrazione perché chi è davvero concreto non lo dice, non ha bisogno di dirlo né di dirselo, in quanto sono le opere che parlano per lui”.

Caro Diario…

Che cos’è l’omologazione? Semplice: è quando cominciamo a parlare tutti allo stesso modo, a dire le medesime frasi, a fare gli identici ragionamenti, a impoverire il nostro vocabolario personale con il rischio di utilizzare solamente parole vuote e a ripetere tutti gli stessi, identici, termini che abbiamo sentito pronunciare in tv o che abbiamo visto diffondersi intorno a noi e che, ora, replichiamo come fossero dei mantra. Ecco, questa omologazione lessicale non la sopporto più. Tutti che dicono: “La politica è compromesso”, balle! La politica è dialogo e contraddittorio. È il Potere, con la P maiuscola, ad essere compromesso e compromissorio, autoritario e fatto di confronti a chi ce l’ha più lungo. Basta. Parlano per frasi fatte.

Fabia, arrivati al nocciolo del discorso, spiega a tutti noi: “L’omologazione del linguaggio è una standardizzazione del pensiero. Anche l’uso delle parolacce lo è. I politicanti sono divenuti scurrili, volgari, con un linguaggio da bar dello sport”.

Ma Camilla chiede: “Qualche esempio?”. Intervengo personalmente a dire la mia: “Certo”. Parolacce a parte. Ovviamente. Sai che non mi va.

Subito mi vengono in mente alcuni modi di dire o di fare che sembrano raffinati, giusti, impeccabili, non criticabili e politicamente corretti, ma che sono – invece – soltanto espressioni sorde o mute perché divenute ormai delle vere e proprie frasi fatte, dei tic, delle mode, degli insopportabili luoghi comuni. Si tratta di concetti talmente diffusi da essere, ormai, sulla bocca di tutti. Ad esempio, a mio umile avviso, in troppi parlano di condivisione, cioè affermano – ad ogni piè sospinto – che bisogna condividere, condividere, condividere. Ma perché dovrei condividere per forza ciò su cui non sono d’accordo? Casomai, impariamo a convivere, a vivere con, a vivere insieme, anche se vi sono cose che non condividiamo.

Caro Diario

Più di ogni altro, non sopporto chi dice che la politica è compromesso. Mi calano le palpebre. La politica è dialogo e contraddittorio, che sono l’esatto opposto del Potere dominante. Perché è il Potere dominante ad essere confronto e compromesso, non la politica. Parliamone…

Buone Feste e Buon Anno.

Pier Paolo Segneri

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