Nascondere i problemi non aiuta a risolverli | L’Editoriale

Ridurre drasticamente il numero di parlamentari senza una logica democratica e liberale sarà un modo per ridurre la democrazia in Italia.
Invece di togliere gli ostacoli che impediscono a una democrazia liberale di affermarsi, l’antipolitica preferisce dimezzare il numero dei privilegiati, così il club sarà ancora più esclusivo.

Ernesto Rossi, in un articolo intitolato “Le serve padrone”, pubblicato su Il Mondo del 25 giugno 1950, affermava:

«La libertà non si difende nascondendo pudicamente i malanni dell’ordinamento democratico in atto, ma sottoponendo tali malanni a un attento esame, per vedere se ed in quanto sia possibile curarli».

Nascondere i problemi non aiuta a risolverli

Bisogna parlarne, discuterne, approfondirne i vari aspetti, permettere il dialogo e favorire il contraddittorio. Dimezzare, o quasi, i parlamentari accresce la partitocrazia, nasconde cioè il problema senza risolvere, anzi lo aggrava.
Nascondere i problemi provocati dalla partitocrazia, perciò, come ha fatto l’attuale governo, produce soltanto ulteriori e gravissimi malanni alla nostra democrazia, al nostro sistema economico, all’intero mondo della giustizia con le conseguenti ricadute sulla comunità carceraria.

Il nostro ordinamento democratico, però, è giunto ad un punto tale di disfacimento partitocratico da aver trasformato, in sessanta anni di malanni, la “democrazia” nell’odierna “democrazia reale”, come la chiamava Marco Pannella. Niente a che vedere, comunque, con l’auspicata “democrazia liberale”, che in Italia ancora non c’è, ma verso cui dovremo tendere per crearne i presupposti. La riforma della legge elettorale va proprio in tale direzione, ma sembra che il Pd abbia rinunciato definitivamente a se stesso, come un treno destinato a restare sempre fermo alla stazione perché non riesce a trovare i binari lungo cui poter camminare.

Non si parla più del sistema uninominale e maggioritario a doppio turno, che il Pd aveva scelto come modello di riferimento recuperandolo dal semi-presidenzialismo alla francese, ma si va verso proposte sempre più proporzionaliste, con quote più o meno ampie di proporzionale, di “mattarellum”, di “rosatellum”.

In questa logica, la stoccata finale è rappresentata dalla proposta di dimezzare o ridurre drasticamente il numero dei parlamentari

È la trovata finale per uccidere definitivamente la prospettiva di una democrazia liberale basata sui collegi piccoli, sul rapporto diretto tra eletto ed elettori, sulla rappresentanza scaturita dal basso e non piovuta dall’alto, cioè imposta o decisa dalle segreterie di partito. Se poi, addirittura, restasse questa legge elettorale, allora avremo un numero ristretto di nominati, sempre nel privilegio, inseriti in una più ristretta cerchia di privilegiati.

I Corsari insistono sulla riforma anglosassone o americana, comunque uninominale e maggioritaria, senza ritorsioni partitocratiche affidate alla quota proporzionale.

Sempre Ernesto Rossi, tra i fondatori del Partito Radicale, alcuni decenni fa, scrisse:

«Siamo democratici perché siamo pessimisti nei riguardi dei governanti. Temiamo quello che, in genere, essi possono fare quando non devono rendere più conto a nessuno del loro operato; quando non hanno più da temere di essere licenziati con un voto di sfiducia della camera o di non essere rieletti alle prossime elezioni».

Ecco, con l’attuale “rosatellum” o lasciando ai vertici dei partiti la nomina dei parlamentari dimezzati, come il Visconte nel racconto di Italo Calvino, i deputati eletti si preoccuperanno soltanto di ingraziarsi i capi della partitocrazia e non certo di rispondere agli elettori del loro operato. Una volta dimezzati i parlamentari, gli oligarchi occuperanno ancora di più il Palazzo. Se si suddivide il nostro territorio nazionale in tanti piccoli collegi elettorali, infatti, composti da circa centomila cittadini ciascuno e, perciò, corrispondenti più o meno a settantamila elettori, si scopre che essi coincidono, pressoché in modo quasi esatto, con il numero degli attuali seggi previsti per la camera. Perché il principio è quello della rappresentanza territoriale e delle realtà locali.

Invece, se si dimezzano i parlamentari, si raddoppia la partitocrazia.
Ernesto Rossi, sempre in Le serve padrone del 1950, scrisse:

«Per salvare le libertà individuali occorre cercare nuovi limiti, nuovi vincoli, nuovi contrappesi che impediscano ai governanti di abusare del loro potere: i vecchi non ci soddisfano più perché costano troppo e trasformano la democrazia in plutocrazia».

Insomma, Rossi denunciava la Casta e cercava anche il modo per poter dare ai «deputati il lusso di pensare con la propria testa, invece di essere costretti alla disciplina dei partiti a ragionare con la testa degli altri ed a votare secondo gli ordini di scuderia». Ma per questo c’è bisogno di collegi piccoli.

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