Diversità e differenza

Diversità e differenza sono due opposti. Si discute molto, da anni, come pure in questi ultimi giorni, del significato e dell’importanza della “diversità” che, però, non va mai confusa con la “differenza”.

Sono due parole tra loro in contrapposizione. La discussione sulla diversità è così interessante perché è un dibattito che riguarda tutti e che investe l’attualità presente e futura del pensiero liberale e libertario. L’uguaglianza è la lotta all’ingiustizia. Non si può comprendere la diversità, perciò, senza prima definire l’uguaglianza. Perché i due concetti sono tra loro uniti e indissolubili.

L’articolo 3 della nostra Carta costituzionale recita:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Insomma, tutti gli uomini nascono tra loro uguali. Sono uguali. Al di là della famiglia di appartenenza, al di là dell’etnia, della religione, degli orientamenti sessuali e del ceto sociale. Siamo tutti uguali davanti alla Legge e di fronte al Mistero.

L’uguaglianza implica, quindi, pari dignità e pari opportunità. Senza distinzioni dovute alla ricchezza, all’opinione politica, alla nazionalità o al censo. L’uguaglianza degli uomini, insomma, riguarda ciascuno di noi. E non guarda al colore della pelle, degli occhi o dei capelli. La razza umana è una e una soltanto. Il genere umano è uno solo. Senza eccezioni. Senza deroghe. Senza pregiudizi.

Nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo si legge:

Tutti gli uomini nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

Ma gli uguali sono diversi, per definizione. La diversità di cultura, di carattere, di gusti, di attitudini e di ingegno sono l’espressione evidente della nostra uguaglianza. Sono il segno che l’uguaglianza vive nella diversità. E che dobbiamo trovare non dei valori condivisi, come si sente ripetere un po’ da ogni parte, ma trovare la convivenza anche di valori diversi: valori che ci permettano di convivere nonostante la diversità, di vivere insieme nonostante e grazie alle nostre diversità.

Siamo uguali perché siamo diversi. Abbiamo diversità e non differenze. Nessuna differenza è accettabile perché le differenze producono disuguaglianza. La diversità, invece, si nutre vicendevolmente e reciprocamente della diversità degli altri. E così, mentre le differenze dividono e creano disuguaglianze, la diversità unisce ed arricchisce la collettività. Il principio di uguaglianza, perciò, tutela i diversi e combatte le differenze. L’uguaglianza è sinonimo di coesione e di diversità, cioè l’esatto opposto di una visione omologante del tessuto sociale e degli uomini.

Gli omologhi sono coloro che non hanno diversità, ma vivono appiattiti e schiacciati nella loro identità e identicità. Sempre identica a se stessa. Piena di differenze, ma omologa. Essere diversi nell’uguaglianza rende forti e omogenei. Mentre la mancanza di diversità rende deboli e omologhi. L’omologazione crea la massa e “fare massa” non è un concetto positivo, nemmeno in fisica.

C’è una vecchia battuta di Woody Allen che dice:

Non vorrei mai appartenere ad un club che accettasse tra i suoi membri uno come me”.

E’ l’elogio della diversità e, al medesimo tempo, è anche un elogio al principio di uguaglianza. Perché se l’essere diverso conduce all’esclusione, allora si crea una differenza, cioè un’ingiustizia.

L’uguaglianza è inclusiva e include dentro di sé le varie diversità, le disuguaglianze sono escludenti e, infatti, escludono i diversi.

Vasco Rossi canta:

Mi ricordo che mi si escludeva per ragioni che oggi fanno solo ridere”.

Il principio di uguaglianza non ammette differenze. L’uguaglianza è la lotta alle ingiustizie e alle differenze. E la lotta alle ingiustizie non accetta i veti sulle persone o sui popoli, non permette esclusioni arbitrarie ed è incompatibile con qualsivoglia oscurantismo, fanatismo o proibizionismo. L’uguaglianza è un diritto. Anzi, è il Diritto. E chi non rispetta i diritti degli altri perde automaticamente i propri.

La lotta all’ingiustizia è la lotta per il rispetto della persona, per il rispetto dell’uguaglianza delle persone anche nella loro diversità, per il riconoscimento dei diritti e, allo stesso tempo, dei doveri di ciascuno. Ma la diversità non è un valore, è l’uguaglianza il valore della diversità.

Pier Paolo Segneri

Diario di bordo – #1

L’altra sera, un gruppo di Corsari si è incontrato semplicemente per conversare, per fare il punto della situazione politica italiana ed europea.

A un certo punto, davanti a un buon bicchiere di vino bianco, Carlo ha buttato là una frase apparentemente sconnessa dal contesto: “Il dialogo è il motore dell’apprendimento. Il dubbio e la curiosità sono le due accensioni della conoscenza”. Allora, Marco ha subito replicato: “Infatti! E’ questo il punto. Bravo. Sono anni che lo dico anch’io”. A quel punto sono intervenuto personalmente per rilanciare l’argomento sul tavolo della conversazione: “D’accordo, però, scusate, visto l’esperienza fatta a scuola, mi viene da aggiungere anche che l’apprendimento e la conoscenza sono spesso considerati due concetti distinti e, per tale ragione, sono rimasti per troppo tempo divisi e diversificati”. E Lorenzo si è inserito , come suo solito, in modo puntuale: “Si tratta, però, di una separazione che ha dimostrato di essere inadeguata alle sfide del presente e per il futuro”.
Insomma, la discussione è andata avanti per più di un’ora e si sono unite alla nostra conversazione corsara anche Ilaria e Camilla: “Potrebbe essere utile ricucire tale scissione”, ha detto la prima. Mentre Camilla ha replicato: “Infatti, l’apprendimento e la conoscenza vengono spesso separati e rinchiusi nella trappola di una visione statica o burocratica. Avete notato che c’è una tendenza alla standardizzazione? All’omologazione?”. Non mi sono fatto pregare e ho continuato sulla scia di Camilla: “Sia l’apprendimento che la conoscenza si atrofizzano e finiscono per essere vissuti dai ragazzi in modo così rigido e respingente da trasformare l’alunno in un mero oggetto dell’insegnamento”. E Carlo ha rafforzato la mia tesi: “Certo, senza dialogo né dubbi. E’ il dubbio che va rimesso al centro della politica e del metodo politico dei Corsari”. Ilaria ha colto, a quel punto, la palla al balzo e ha lasciato tutti noi in silenzio, a riflettere: “Senza più curiosità per le cose da studiare, gli studenti si allontanano da ogni processo di ricerca, di apprendimento e di conoscenza”.

Oggi, il compito dell’insegnante dovrebbe essere proprio quello di unire ciò che prima veniva fatto apparire come diviso, conflittuale o inconciliabile. E’ un cambio di paradigma. Questa è la riflessione che abbiamo fatto l’altra sera.
Dunque, sarebbe necessario passare dalla vecchia concezione costruita sulla rigida alternativa «aut… aut…», basata sulla contrapposizione, sul muro contro muro e sulla sistematica delegittimazione dell’altro, al superamento dei conflitti attraverso un metodo dialogico costruito sull’approccio «et… et…», quindi basato sul riconoscimento dell’altro, seppur nelle diversità.
In tal modo, il principale scopo della politica corsara è la libertà e, secondo una tale ottica di cambiamento prospettico, potrebbe essere quello di mettere in comunicazione l’apprendimento con la conoscenza e viceversa, in una logica di reciprocità. Così da far interagire tra loro i distinti, senza confonderli, casomai creando una sorta d’interdipendenza tra le parti e costruendo, allo stesso tempo, un terreno comune dove le diversità possano incontrarsi, rispettarsi, dialogare, cooperare, migliorare insieme, convivere. Come abbiamo fatto noi Corsari in tante occasioni.

In altre parole, il primo scopo della politica dovrebbe essere, secondo quest’ottica inclusiva e non escludente, quello che ci viene suggerito anche dalla filosofia di Benedetto Croce e che prendiamo in prestito dal pensiero del grande filosofo liberale, cioè lo sforzo di realizzare l’unità dei distinti.
Se si libera il rapporto tra apprendimento e conoscenza, infatti, si permette il fluire di un processo dinamico, il movimento di idee, l’avviarsi di un cammino di ricerca, di emozioni, di formazione, d’informazione, di libertà e di creatività.

E’ così che i cittadini non subiscono più, in modo passivo, la lezione o la nozione di chi fa il ripetitore dei riporti altrui, cioè di chi riporta ai cittadini soltanto le solite veline, ma diventa – invece – un Corsaro, cioè un attivo costruttore di significati, di percorsi, di relazioni.

Pier Paolo Segneri

Autorità e autorevolezza

I Corsari ripartono dalla PAROLA.

Per ricostruire la Politica è divenuto necessario scrivere l’Abbecedario o il nuovo Dizionario della politica italiana. Si comincia dalla lettera A. Anzi, dal binomio “autorità e autorevolezza”. Perché si tratta di una coppia di vocaboli che assunomo caratteri corsari. Fin dai tempi di Pier Paolo Pasolini.

Ma che differenza c’è tra le due parole?

Proviamo a spiegare: l’autorità è il Potere costituito, l’autorevolezza è la forza dell’esempio. L’autorità intimorisce e mette paura, l’autorevolezza trasmette coraggio e libera dalle paure.

Sono in tanti a distinguere tra autorità e autorevolezza, ma sono pochi coloro che hanno provato a spiegare i due differenti significati. Eppure la distinzione c’è ed è spesso netta. Infatti, autorità e autorevolezza sono due opposti, due sinonimi-contrari, come sono soliti definire i Corsari questo binomio di grande attualità. Sembrano due parole simili, appaiono quasi come sinonimi e sono, invece, agli antipodi. Del resto, ormai, la dicotomia tra i due vocaboli è entrata nel linguaggio comune, anche se non sempre questa distinzione è chiara, cioè non sempre si riesce a spiegare davvero in cosa consista l’una e in cosa l’altra.

Il dialogo e il contraddittorio rappresentano il metodo corsaro per eccellenza, anche quando avviene tra due parole: da una parte vi è il Potere, dunque l’autorità; dall’altra parte vi è la Forza, con la maiuscola, cioè l’autorevolezza. Ovviamente, vi può essere un’autorità autorevole ma, in tal caso, quando ciò accade, la forza dell’autorevolezza impedisce all’autorità di essere autoritaria e, quindi, la libera dalle spire del Potere. Allo stesso modo, perciò, vi può essere un’autorevolezza autoritaria ma, in questo caso, essa è schiacciata dal predominio del Potere autoritario. Se si guarda alla vita politica del nostro Belpaese, forse, si riesce a comprendere meglio il discorso. Più cresce l’atteggiamento arrogante, furbo, prepotente, menzognero, dispotico e più la politica perde la propria autorevolezza.

Accade anche a scuola, nelle aule degli Istituti di tutta Italia, quando gli insegnanti sono costretti a colmare il vuoto di autorevolezza, dovuto alla mancanza di un alto riconoscimento sociale ed economico del compito civile e civico che i professori svolgono, sostituendo tale mancanza con un’autorevolezza personale e individuale. Ed è proprio per questo motivo che i professori, a mio parere, andrebbero tutti applauditi per l’importante lavoro che svolgono ogni giorno, malgrado tutte le difficoltà della scuola e i limiti delle risorse disponibili.

Ma qual è questa differenza di significato tra le due parole? Proviamo a tracciare un profilo dell’una e dell’altra: l’autorità impone, l’autorevolezza propone. L’autorità è statica e immobile, l’autorevolezza è dinamica e in movimento. L’autorità è data dal ruolo che si ricopre, l’autorevolezza è data dal carattere e dalle qualità della persona che la interpreta. Non basta? L’autorità è ciò che incute silenzio e pone gli altri in una posizione di sudditanza, l’autorevolezza è ciò che comunica parola e dialogo.

Insomma, in altre parole: l’autorità pretende il rispetto per sé, l’autorevolezza conquista il rispetto per sé e per gli altri. L’autorità è gerarchica, l’autorevolezza è liberale. L’autorità è verticismo, l’autorevolezza è profondità e intensità. L’autorità appartiene alla quantità, l’autorevolezza – invece – è data dalla qualità di una persona. Infatti, la persona di qualità cerca di essere autorevole e non autoritaria.

L’autorevolezza è una lunga pazienza e si conquista con il tempo.

L’autorità non ha tempo né voglia.

Mi candido a Sindaco di Frosinone

Perché vorrei candidarmi a Sindaco di Frosinone? E perché cominciare a dirlo già da ora e perché muoversi così presto?

Semplice: perché la politica che amo praticare è quella che agisce in modo trasparente, in maniera visibile, a viso aperto, senza infingimenti, in contatto quotidiano con le persone. Perché la Città che vorrei dovrebbe essere come la politica che pratico. Perché sono una persona onesta e non gioco secondo le logiche opache del Potere fine a se stesso. Faccio un altro gioco, anzi: un gioco “altro”

Perché sogno Frosinone come una comunità corsara, coraggiosa, libera, visibile, solidale. Senza ipocrisie.

Perché ogni sogno contiene in sé un po’ di utopia. E l’utopia è il sale di ogni sogno.

Vorrei candidarmi a Sindaco della mia e nostra Frosinone perché penso di poter dare un contributo di qualità per far emergere tutto il meglio delle risorse umane, civili e civiche dei frusinati.

Perché la politica è quella attività del cuore e della testa che ci permette di ascoltare gli altri e di rivolgerci alle persone per poter dire o scrivere come la pensiamo, come stanno davvero le cose, senza operare di nascosto, senza mai essere subdoli e per poter dire le cose fuori dai denti, senza inganno. Con rispetto per gli altri e con amore, sempre e per tutti, anche per l’avversario politico.

Mi candido fin da oggi a Sindaco di Frosinone perché, per me, anche se può apparire prematuro per alcuni, è necessario tutto il tempo che ancora manca alle prossime elezioni comunali per poter costruire un sostegno adeguato e un consenso significativo intorno ad una prospettiva di così grande rilievo, responsabilità ed importanza.

Perché, al momento, non ho un partito politico alle spalle e, quindi, ho necessità di una rete di sostenitori e di Corsari.

essere corsari

Mi sono “scoperto” in anticipo, come si dice tra i politicanti, perché non ho nulla da nascondere e, inoltre, perché il progetto che ho in mente per il tuo, mio e nostro Capoluogo ha bisogno di aria, di spazio, di pazienza, di semina, di tempo e di gradualità per prendere la forma che vorrei e che soltanto con il contributo fattivo e operativo di una squadra forte, bella, preparata e coesa può, giorno dopo giorno, comporsi e realizzarsi davvero.

Grazie, intanto, a tutti coloro che, nei giorni passati, hanno espresso il loro pieno entusiasmo o il loro sostegno per dare forza alla candidatura di un semplice cittadino frusinate che, in 25 anni di militanza politica, non è mai stato divisivo e, anzi, ha sempre unito. E, comunque, con umiltà e con competenza, sono felice di poter dire che il sottoscritto ha sempre unito e dialogato con tutti. Inoltre, con mia grande soddisfazione, posso scrivere di non aver mai, ripeto “mai”, creato indifferenza o astio o rabbia, ma sono sempre riuscito ad unire i cittadini e la classe dirigente frusinate nel dialogo e nel formulare domande comuni, anche quando hanno prodotto risposte diverse.

Ma il segno della politica corsara è proprio la diversità e l’alterità dentro il disegno di un comune destino.

 

Pier Paolo Segneri

 

La parola è la chiave della conoscenza

La parola data, la parola donata, la parola offerta, la parola ricevuta, la parola accolta.

Le parole hanno tutte una loro fragilità interiore, sono come gusci d’uovo,
con un loro significato dentro.

Ogni parola esprime diversi concetti, idee, emozioni. E ciascuna, però, ha un limite e quel limite corrisponde alla fragilità della parola. E’ questa fragilità che ne determina il senso.

La parola va scoperta, ascoltata, sentita.

In una società complessa come la nostra, sempre più basata sulla comunicazione in generale e sulla comunicazione scritta in particolare (sms, e-mail, social-network), la principale motivazione per cui scrivo è quella di cercare di offrire una risposta concreta alla nostra richiesta di senso e di significato.

 

Ecco, allora, che anni fa mi è venuta in mente un’idea: puntare sulla visione della PAROLA, considerata come la chiave per accedere alla conoscenza.

Con la parola di accesso, infatti, ogni libro si apre.

Parola è comprensione. L’intento, quindi, è quello di far capire il significato delle parole, nella forma verbale e scritta. Svelare, insomma, uno strumento fondamentale per esprimersi in modo adeguato e in ogni contesto nella nostra società, anche per conoscere se stessi. Quindi, l’uso e il significato delle parole è necessario a chiunque voglia migliorare il proprio modo personale di esprimersi, di comunicare e di scrivere.

In altre parole, la lingua italiana può davvero rappresentare un tesoro, uno scrigno, una fonte inesauribile di scoperte, di novità, di rinnovate relazioni.

Indagare le parole e i concetti aiuta a comprendere gli altri, a comunicare e interagire con il prossimo, ad accedere al sapere, a promuovere le idee che emergono nella discussione politica, a sentirsi adeguati nei più svariati contesti, ad assaporare il gusto della lettura e il piacere di ascoltare o dialogare con gli altri.

Pier Paolo Segneri

La poesia come necessità

Quando scrivo che la fantasia è una necessità, mi riferisco al fatto che – essendo un segno di Terra – in quanto Toro con ascendente in Bilancia – sono molto attaccato alla realtà e sono legato ai valori tradizionali, ma questo legame mi porta anche a vedere la realtà in tutta la sua durezza e, aggiungerei, crudezza.

Da persona sensibile, la realtà mi appare nel suo dolore, nelle troppe ingiustizie, nella realtà così com’è e che, forse, molti neanche si accorgono di avere sotto il proprio naso.

Ebbene, certe volte, la realtà mi appare insopportabile e, allora, ecco che entra in gioco la fantasia come necessità.

Però, non è una fuga dalla realtà ma, anzi, è il modo che ho trovato – fin da bambino – per credere ancora nella realtà, per credere ancora che il mondo si possa migliorare, per sognare malgrado tutto.

Di più: credo che i sognatori siano coloro che hanno ancora fiducia nella realtà, che credono nella realtà e per questo motivo immaginano di poter agire in essa con fiducia. I realisti, invece, che si privano della necessaria fantasia, sono coloro che non credono più nella realtà e sono disillusi, hanno smesso di sognare perché pensano che mai nulla cambierà, se non in peggio.

Questi sono i realisti. Anzi, meglio: questo è il mio modo di vedere le cose…

Forse è per tale ragione che, a soli 6 anni, ho iniziato a scrivere poesiePer rimuovere gli ostacoli che impediscono di credere in un mondo migliore. E agire per renderlo almeno sopportabile.

Perché si scrive?

Si scrive per riordinare le idee, per trovare un senso al caos, per sconfiggere il Nulla che avanza. Si scrive per non buttarsi via, per non fermarsi all’apparenza, per restituire un pegno d’amore. Si scrive per guardarsi dentro, per scoprire cosa c’è fuori, per un dolore. Si scrive…

Si scrive per riordinare le idee, per trovare un senso al caos, per sconfiggere il Nulla che avanza. Si scrive per non buttarsi via, per non fermarsi all’apparenza, per restituire un pegno d’amore. Si scrive per guardarsi dentro, per scoprire cosa c’è fuori, per un dolore. Si scrive…

La scrittura è altruista, presuppone l’altro, presuppone il lettore o l’altro se stesso, qualcuno a cui parlare o che sappia sentire. Sentire col cuore.

Senza qualcuno che legga, senza una lettrice che lo apra, ogni libro, ogni editoriale, ogni testo scritto è come un custode con gli occhi chiusi, che si è appisolato: dorme in attesa di farti entrare.

Si scrive… Ma perché si scrive?

“Dire che si scrive per la classe operaia, per la borghesia, è un’ipocrisia. Uno scrittore scrive per se stesso e per altri se stessi. Io non penso ad un particolare tipo di lettore. Io penso che ci siano tanti lettori come me. Allora, un libro può essere più o meno difficoltoso. E qualunque libro, se letto con un certo amore, con una certa adesione, se riletto credo che si apra”.

È la risposta di Leonardo Sciascia, ma non avrei saputo usare parole migliori. Aderisco alle sue. Audacemente.

Si scrive per egocentrismo o per depressione?

Non so, scrivono tutti. Si scrive oltremodo, oltretutto male. Si scrive spesso per battere il tempo. Per vincerlo. E si perde. Altre volte, invece, si perde tempo e basta. Tempo al tempo.

Si scrive quasi sempre per lanciare un messaggio, per sopravvivere a se stessi, per lasciare qualcosa di sé dopo di sé o per mostrarsi ai contemporanei.
Per dire quel che si ha da dire… si scrive.

Scrivere è un modo per dilatare i tempi topici, l’istante giusto, l’attimo fuggente.

Scrivere non è sempre un modo per aggiungere, a volte è una maniera per togliere, semplificare, scavare. Qualche volta, però, e speriamo che non sia il caso di questo Blog, diventa pressoché impossibile distogliere un pensiero sbagliato, far convivere il lettore con il testo scritto, i pensieri con le intenzioni, le idee con le persone, la pagina bianca con le idee. Si scrive quasi sempre sulla sabbia.

Si scrive… e speriamo che qualcuno legga.

Pier Paolo Segneri