Voltiamo pagina davvero. Basta chiacchiere.

La fotografia che emerge oggi è quella di un Paese, l’Italia, che ha perduto il senso di un destino comune, di una comunità di destino. Ciascuno per sé.

I Corsari sono persone ottimiste, sognatrici, coraggiose, ma nel Palazzo c’è chi gioca in modo sporco, opaco, subdolo, astioso, rancoroso, rabbioso.

Non c’è niente da fare: la furbizia è stupida.
E la bramosia di Potere rende ciechi.

Se non si darà subito spazio alle voci davvero responsabili, lungimiranti, sagge, in TV e sui grandi giornali, allora questa eterna campagna elettorale condurrà l’Italia nel baratro. Ne pagheremo le conseguenze tutti. E mi riferisco ai cittadini. Ma verranno fagocitate anche le idee di libertà, di uguaglianza e di futuro. Gli stessi partiti vincenti resteranno schiacciati.

Perché deve accadere questo?

Semplice: perché siamo circondati da un’oligarchia dedita alla furbizia, quindi alla stupidità, cioè un’oligarchia becera e mediocre, senza intelligenza e senza astuzia, senza cuore e senza visione politica. Si tratta di un Potere egemone che vive di logiche proprie, fuori dalla realtà, criminali, narcisiste, violente.

La fotografia che emerge oggi è quella di un Paese, l’Italia, che ha perduto il senso di un destino comune, di una comunità di destino. Ciascuno per sé.

La frattura è politica, ma soprattutto sociale, economica, civile. E le varie forze partitocratiche, a cominciare dal M5S, sembrano chiuse nei propri egoismi, nelle proprie rivendicazioni, nei distinguo e nei veti reciproci.

Lo stallo è drammatico.

Sembra che l’unica urgenza sia, per il sistema dominato ormai dai pentastellati, quello di sopravvivere al tracollo del Vecchio Regime occupando il Potere invece che governare. È in via di distruzione anche il nostro tessuto sociale. La sfiducia dilaga. La disaffezione per la politica cresce in modo esponenziale e inarrestabile. Siamo come nel 1945, ma le macerie di oggi sono immateriali, antropologiche, culturali. Oltre che istituzionali ed economiche.
In questi giorni, sul web, è circolata la mia proposta politica per uscire da questo stallo politico che, ormai, si è trasformato in un guano, soprattutto a causa dei veti incrociati dell’attuale partitocrazia, trasversale e interna la Palazzo. Ed è una palude da Vecchio Regime che rasenta, purtroppo, il confine del ridicolo.

Andare ad elezioni subito appare davvero come una proposta irresponsabile, cinica, da scommettitori, che sancisce, non il fallimento, ma l’incapacità dei partiti politici, l’inadeguatezza delle forze in campo, il dilettantismo famelico e la mediocrità dei movimenti. Meglio che facciano tutti un bel respiro, profondo e ossigenante.

Serve, infatti, un “Governo di tregua“, un Esecutivo politico con dentro tutti e tre i poli del Sistema: M5S compreso. Quindi, NON un Governo tecnico né balneare e neppure dei professori, MA POLITICO.
Al contempo, perciò, sarà necessario far eleggere ai cittadini italiani un’Assemblea costituente che potrebbe e dovrebbe occuparsi delle riforme istituzionali, elettorali e costituzionali senza il peso delle tante urgenze del nostro Belpaese. Parliamoci chiaramente: veniamo da dieci anni di grave crisi politica ed economica. L’Italia è spaccata in due. E lo si è visto anche sulla cartina geografica della nostra Penisola, in cui si raffigurava l’esito del voto alle elezioni politiche. I rottamotori, i distruttori e le ruspe ci consegnano ovunque le macerie di una democrazia lacerata, negata, crollata. Non da oggi, ma da almeno dieci anni di livori, accordi sottobanco, selezione al rovescio della classe dirigente, oblio, ignoranza, assenza di memoria, distruzione del futuro, movimentismo senza libertà, vaffa day senza cultura, affarismo, mediocrità.


La Politica, ormai, è ridotta ad un piccolo lumicino e il Potere domina incontrastato nel Palazzo e nella mentalità egemone.


A mio avviso, andare al voto, oggi o in autunno, significa compiere un grave atto di superbia, d’irresponsabilità, di stupidità, di disprezzo per il voto già espresso dagli elettori il 4 marzo, cioè come un bisogno di sete e fame, ma di Potere fine a se stesso. Si può, invece, voltare pagina, mutare mentalità, cominciare a costruire insieme: Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, PD, M5S, Liberi e Uguali. E tutte le nuove o antiche culture politiche: liberali, radicali, socialiste, riformatrici, laiche, cattoliche, repubblicane, federaliste europee, ecc.
Insomma, come accadde nel 1945/1946, serve una tregua a scadenza e tale scadenza corrisponde al termine dei lavori di un’Assemblea costituente da eleggere a Giugno mentre il nuovo Governo, con tutti dentro, dovrà al più presto occuparsi dei problemi sociali, economici, civili del nostro Paese.
Del resto, se ci pensiamo bene, al termine del secondo conflitto bellico mondiale vi erano in Italia tre poli politici, come oggi.
All’epoca, cioè nel 1946, vi era il polo delle forze pre-fasciste (liberali, socialisti e, aggiungerei anche, il Partito d’Azione), vi era il polo rappresentato dai Cattolici (con la Dc) e, infine, vi era un terzo polo identificabile con i Comunisti. Ebbene, tutti e tre questi poli si misero insieme per risollevare il Belpaese dalle macerie. Perché misero da parte gli interessi di bottega e agirono per l’interesse generale del popolo piegato da venti anni di dittatura e dalla guerra. Inoltre, l’Italia di allora, era una nazione spaccata in due: da una parte il Meridione, dall’altra il centro nord. Come oggi.


Gli elettori hanno chiesto di voltare pagina. Basta chiacchiere. È necessario dare una risposta seria, convincente, precisa alla domanda degli elettori.

Come fecero De Gasperi, Togliatti e Nenni subito dopo la guerra. In maniera tale che l’Assemblea costituente possa lavorare in modo serio, con giuristi, costituzionalisti, con persone di alto profilo umano e di riconosciuto spessore culturale, oltre che politico.

Pier Paolo Segneri

Benvenuti nel Regime pentastellato

Ci vuole il cuore.
Nel mondo delle quantità e dei calcoli numerici, delle percentuali e dei seggi attribuiti, i Corsari sono i portatori della qualità e dell’alterità, cioè sono i pionieri della libertà.

Ci vuole il cuore.

Nel mondo delle quantità e dei calcoli numerici, delle percentuali e dei seggi attribuiti, i Corsari sono i portatori della qualità e dell’alterità, cioè sono i pionieri della libertà.

Forse, siamo un luogo dove potersi sentire persona, essere umano, in carne ed ossa, in pensiero e cuore, in fragilità e forza, in sogno e fantasia, in ragionevolezza e umiltà, nel coraggio e con il sorriso. I Corsari puoi riconoscerli perché parlano con il cuore e guardano al futuro. Testa e cuore. Anima e amore.

Per dare forza ad un rinnovato pensiero liberale e libertario, insieme ai Corsari della libertà, lancio da qui l’idea di comporre un campo politico, vasto e aperto, per la Riforma uninominale e maggioritaria della legge elettorale, con Collegi piccoli, a turno unico e primarie di Collegio oppure a doppio turno alla francese con un semipresidenzialismo alla Macron, per intenderci. In difesa dell’espressione liberale: “senza vincolo di mandato”. Senza vincolo di mandato. Ci tengo a ribadirlo.

Che dire del voto?

Per me, gli italiani sono e continuano ad essere migliori della classe politica espressa dal Palazzo e nel Palazzo. Anche se le scelte vengono spesso pilotate dagli organi di disinformazione di massa che indicano tutto: i leader a cui dare spazio e quelli a cui negare l’accesso televisivo, i partiti da votare e quelli da oscurare, i commentatori da invitare a tutti i programmi e quelli da non chiamare mai.

I risultati elettorali, quindi, sono la conseguenza di uno schema disinformativo gestito dal Regime partitocratico in modo tale da mutare volto senza mutare corpo.

E’ la metamorfosi del Potere che serve ad illudere chi pensa si possano cambiare le cose votando per i politicanti e per i partitocrati che sono presenti in tv dalla mattina alla sera. Insomma, un messaggio forte e chiaro a Silvio Berlusconi e a Matteo Renzi, cioè ai due sconfitti da questo voto. Per continuare ad essere illiberale e autoritario, il Potere dominante aveva necessità di assumere, oggi, la maschera dei Cinque Stelle.

Ormai è ufficiale e chiaro: i pentastellati sono il nuovo volto del Vecchio Regime.

Questo già si sapeva dal 2009, ma ora è evidente. Lo dicono i risultati elettorali. L’importante affermazione del Movimento Cinque Stelle era già nell’aria da molto tempo. Si sapeva. Anzi, personalmente, avevo pensato ad un’affermazione leggermente più alta. Come si comprendeva benissimo anche che la Lega di Matteo Salvini avrebbe realizzato il sorpasso rispetto a Forza Italia. Era probabile. Era nell’aria. Inoltre, nessuna sorpresa neppure per il crollo del Pd a guida renziana. Dopo la sconfitta del 4 dicembre scorso al referendum, infatti, per Matteo Renzi è stata una caduta verticale ampiamente annunciata. Tutto prevedibile e tutto largamente previsto da moltissimi osservatori e dai Corsari stessi.

Che dire? Benvenuti nel Regime penta stellato.

Per fortuna, i Corsari sono “altro” da questo schifo di messa in scena del Potere illiberale ed egemone. Questi risultati, almeno, chiariscono la situazione.

Allora, personalmente, mi dichiaro a tutti gli effetti un dissidente di tale Regime pentastellato e attendo sul web i picchiatori della rete, gli squadristi grillini, i gerarchi che vorranno condurmi al confino di Ventotene. Ma la tessera del Regime di lusso o a cinque stelle non la prendo.

Viva la libertà. Viva l’amore. Viva la politica.

 

Pier Paolo Segneri

Le parole della Politica e la politica delle Parole

Siamo in piena campagna elettorale in vista delle elezioni politiche e regionali del 4 marzo 2018.

Si sente la necessità di informarsi sui candidati,sui programmi,sulle scelte di governo,sugli scenari di coalizione: quotidiani, riviste di settore, telegiornali, talk show, interviste. Sembra però che la qualità degli strumenti sopracitati sia scarsa, al limite del superficiale più dozzinale.
Fino ad alcuni decenni fa penne sublimi come quelle di Eugenio Montale, Indro Montanelli, Curzio Malaparte e Oriana Fallaci, solo per citarne alcuni, riempivano pagine di giornali con articoli brillanti, dove contenuti assolutamente equilibrati venivano trattati con un linguaggio colto, ma non accademico, piacevole, ma non banale, intrigante, ma non insidioso.

Negli anni ’60 e ’70 c’era quindi un giornalismo ”di cultura”, eppure l’Italia non poteva ancora definirsi completamente alfabetizzata. Oggi c’è il paradosso: una nazione dove tutti sanno leggere, eccetto quelle poche persone che rappresentano la generazione contadina del secondo dopoguerra, eppure la qualità dei servizi d’informazione ha subìto una flessione qualitativa che spesso raggiunge picchi di imbarazzante scarsità culturale.

I leader dei partiti, affiancati spesso da goffi ed impreparati consiglieri, nel redarre i loro programmi ”acchiappa-voto” fanno un uso sovrabbondante e spregiudicato di tecnicismi e anglicismi, termini inadatti per la stesura di contenuti politici poi consultati da milioni di persone (italiane e spesso poco aperte a forestierismi).

Un termine in inglese è forse più allettante di un vocabolo italiano? O forse non sono tentativi per edulcorare il vero significato di una parola, che altrimenti sembrerebbe infausta? ”Austerity” non esprime la necessità urgente di risparmio sulle spese pubbliche e sui finanziamenti? Ma anche ”task-force” che rimanda la mente a protocolli segreti, ”jobs act” che ci fa pensare ad un’impennata di dinamismo e produttività nel mondo del lavoro, per poi capire che non esiste alcuna svolta e tornare così allo sconforto. L’italiano esce quindi di scena a testa bassa, silente, sottomesso da burocratese e politichese, due ostiche degenerazioni della nostra lingua.
Si punta solo alle poche parole d’effetto dello slogan elettorale. Si cerca l’aforisma che si spera porti con sé il sentimento completo di un programma, di una storia, di un percorso, di una speranza. Ci si aggrappa quindi a frasette piene di filosofia spicciola pur di evitare il confronto con discorsi più larghi, dove un errore diventerebbe velocemente uno scivolone imbarazzante.

Manca l’approfondimento, che non significa pesantezza. Manca il coraggio di osare,che non significa voler andare contro gli altri.

In poche parole, si limitano le parole. Lo stile telegrafico abbatte ogni tiepido abbozzo di prolissità, evitando così il rischio di apparire fuorvianti logorroici. E così, in maniera velata,i politici (o chi per loro) manifestano la loro mancanza di preparazione, di slancio culturale, di vera modernità. Perché ”sintesi” non è sinonimo di modernità, semmai di timore. Quel timore che non fai mai sbilanciare nessuno, che fa rintanare i più timidi negli schemi fissi fatti dagli stessi discorsi e dalla stesse parole.
Nella rete si contano decine di video – per lo più interviste o frammenti di discorsi – dove i nostri parlamentari si fermato al bivio dei verbi: ecco ricomparire, ad esempio, il vecchio fantasma del congiuntivo che, seppur fantasioso e inizialmente comico, denuncia la falle di una base culturale bassa o addirittura inesistente, nonché l’essere totalmente disinteressati ad apparire come colti e forbiti.

Bisogna tornare ad una politica più ”poetica”.

Quella politica che ha scritto la nostra Carta Costituzionale, che si fa autentica portatrice di bellezza, di cultura, di verità. Ad un politico deve stare a cuore anzitutto la guida umana e culturale di un popolo. Le altre qualità – scientifiche, tecniche, organizzative – nonché il piglio diplomatico, possono essere eminentemente di perfezionamento ad un disegno di idee e di punti programmatici, ma in alcun modo possono sostituirlo.

Enrico Laurito