La poesia come necessità

Quando scrivo che la fantasia è una necessità, mi riferisco al fatto che – essendo un segno di Terra – in quanto Toro con ascendente in Bilancia – sono molto attaccato alla realtà e sono legato ai valori tradizionali, ma questo legame mi porta anche a vedere la realtà in tutta la sua durezza e, aggiungerei, crudezza.

Da persona sensibile, la realtà mi appare nel suo dolore, nelle troppe ingiustizie, nella realtà così com’è e che, forse, molti neanche si accorgono di avere sotto il proprio naso.

Ebbene, certe volte, la realtà mi appare insopportabile e, allora, ecco che entra in gioco la fantasia come necessità.

Però, non è una fuga dalla realtà ma, anzi, è il modo che ho trovato – fin da bambino – per credere ancora nella realtà, per credere ancora che il mondo si possa migliorare, per sognare malgrado tutto.

Di più: credo che i sognatori siano coloro che hanno ancora fiducia nella realtà, che credono nella realtà e per questo motivo immaginano di poter agire in essa con fiducia. I realisti, invece, che si privano della necessaria fantasia, sono coloro che non credono più nella realtà e sono disillusi, hanno smesso di sognare perché pensano che mai nulla cambierà, se non in peggio.

Questi sono i realisti. Anzi, meglio: questo è il mio modo di vedere le cose…

Forse è per tale ragione che, a soli 6 anni, ho iniziato a scrivere poesiePer rimuovere gli ostacoli che impediscono di credere in un mondo migliore. E agire per renderlo almeno sopportabile.

Lettera agli studenti di ieri, di oggi e di domani

Quando impari qualcosa che non sapevi, quando immagini qualcosa che non immaginavi, quando la vita si arricchisce di emozioni e di sogni in cui credere, allora tu guarda le stelle in una notte d’estate o gli occhi di chi ti vuol bene in un istante di sconforto. Guarda i grandi film, vai al teatro, danza…

Quando impari qualcosa che non sapevi, quando immagini qualcosa che non immaginavi, quando la vita si arricchisce di emozioni e di sogni in cui credere, allora tu guarda le stelle in una notte d’estate o gli occhi di chi ti vuol bene in un istante di sconforto. Guarda i grandi film, vai al teatro, danza…

Non avvilirti per i tuoi errori. Anzi, impara da ogni tuo fallimento. Ritrova fiducia in te, prova a donare la tua parola e rispetta la parola data, ascolta una musica che ti restituisca armonia, accendi il dubbio e la curiosità. Sorridi.

C’è un segreto che non conosciamo tutte le volte che non ci sentiamo capiti. Certe volte, lo so, provi a spiegarti e non ci riesci, ma – forse – chi ti ascolta non ti sente. Certe volte, hai come la sensazione di non essere compreso perché anche i tuoi gesti più semplici sembrano inutili e restano del tutto incomprensibili a chi ti sta vicino. 

A volte, ti convinci di essere venuto da un altro mondo e pensi che qui parlano un’altra lingua. Allora, ecco le domande che ti spingono a cercare e non ti capaciti di come sia possibile trovare intorno tanta indifferenza, una tale solitudine, una strana mancanza di ascolto.

Quello che posso dirti è soltanto di scoprire te stesso, cioè il segreto nascosto nell’animo umano. La tua grande possibilità è quella di migliorare sempre, di continuare a credere nelle tue forze, aprire ogni giorno una pagina di vita e leggere nel cuore dell’umanità. Con il tempo ti accorgerai che la conoscenza è un antidoto all’ingiustizia, che la cultura ha bisogno di crescere dentro di te e che tu hai necessità di accrescere la tua cultura.

Nel segreto dell’animo umano scoprirai che anche un buon libro può aiutarti ad essere parte di un’avventura tutta da vivere. Cerca di approfondire gli argomenti che più ti appassionano. Perché la libertà è soprattutto la responsabilità di coltivare i tuoi talenti, in modo da capire chi sei e di essere compreso. Per te, dovresti farlo. E per tutti gli altri che potranno beneficiare delle tue conoscenze, delle tue capacità, del tuo abbraccio a tutto ciò che può renderti migliore.

Impegnati ogni giorno a scoprire la bellezza che ti circonda, la poesia che ti porti dentro, l’amore che puoi donare.

Prof. Pier Paolo Segneri

La legge della giungla o il Libro della Giungla?

Gli ultimi avvenimenti di cronaca, che riguardano alcuni atti di violenza avvenuti all’interno del mondo della scuola italiana, ci spingono necessariamente alla riflessione. Inoltre, mi spingono a scrivervi di nuovo.

La scuola è vita e non è altro dalla vita.

E’ un concetto, una visione, un approccio che ci ha tenuto compagnia da Ottobre ad oggi, ma ancor di più è necessario ribadirlo ora. Infatti, gli ultimi avvenimenti di cronaca, che riguardano alcuni atti di violenza avvenuti all’interno del mondo della scuola italiana, ci spingono necessariamente alla riflessione. Inoltre, mi spingono a scrivervi di nuovo.

E’ un dialogo, il nostro, che prosegue giorno dopo giorno e che vorrei poter onorare anche con il seguente testo scritto, da leggere come una missiva a voi studenti, ai genitori e a tutti i colleghi. Ma soprattutto agli studenti, che sono i protagonisti della scuola.

Spero, in tal modo, di dare un’ulteriore occasione per ri-conoscerci. Ogni professore vive l’aula in maniera intensa e diretta. Tutti. In maniera diversa, ma tutti. Ecco perché, in virtù ormai dell’esperienza acquisita in classe, sono solito individuare due differenti approcci per affrontare le dinamiche della scuola, cioè della vita: quello dettato dalla legge della giungla e quello che s’ispira al Libro della Giungla di Kipling.

Libro della giungla 4

Nel primo caso, l’aula scolastica diventa il luogo dove vige la legge del più feroce, del pesce grande mangia pesce piccolo, del cinismo, del mors tua vita mea, del rispetto soltanto per coloro di cui si ha paura o della paura che si trasforma in violenza, in arroganza, in conflitto perenne o in sudditanza.

Anche fuori dall’ambito scolastico, la legge della giungla porta ad assumere due modalità, che sono – poi – anche due comportamenti: quello che conduce alla sopraffazione del più debole da parte dell’autorità o del più spietato e quello in cui tutte le debolezze umane, le varie frustrazioni, le grandi o piccole insoddisfazioni, le ferite interiori, i traumi personali, la mancanza d’affetto o d’amore divengono la base, il terreno arido da cui scaturiscono atteggiamenti violenti, astiosi, prepotenti, rabbiosi, bestiali. Come accade con la piaga del cosiddetto bullismo o, comunque, in molti atteggiamenti arroganti, prepotenti, strafottenti. Tra l’altro, spesso tipici dell’adolescenza.

In realtà, la vera debolezza è quella del bullo, che non sa affrontare il peso gravoso delle proprie fragilità e le risolve nel modo più stupido, più facile, più immediato.

Diciamolo chiaramente: il ragazzo che si esprime con la violenza è un soggetto debole, debolissimo perché colma le sue fragilità con l’istinto, l’impulso, la rabbia. Però, ricordiamo anche che esiste “la legge universale degli uomini” ed è quella del Libro della Giungla mentre la legge della giungla è quella che vige nel regno animale, dove ci sono predatori e prede, chi divora l’altro e chi ne subisce la ferocia oppure fugge a zampe levate, sempre per paura. La legge della giungla è quella che conduce a chinare il capo di fronte a chi ti minaccia, a chi ti spaventa, a chi ha il coltello dalla parte del manico o a diventare feroce come e più delle belve. Come accade nel regno animale. Ma noi siamo uomini, non bestie. Siamo persone, non animali. Siamo esseri pensanti e non soltanto esseri istintivi, impulsivi, epidermici.

libro della giungla_nuovicorsari

Ecco perché continuo a ripetere ogni giorno che, in quanto insegnante, in classe e fuori dall’aula, il mio obiettivo prioritario è quello di trasmettere la “legge universale degli uomini”, come la chiama Kipling nel Libro della Giungla, e di mettere sempre l’amore sopra la paura.

Noi esseri umani siamo Testa e Cuore.

Oltre all’istinto, siamo testa e cuore. E la persona davvero forte agisce con testa e cuore. La vera forza è quella interiore. La forza si riconosce dalla sensibilità spiccata, dall’umiltà, dal rispetto per gli altri. La persona coraggiosa non è quella che non ha mai paura, ma quella che affronta la paura e la supera. Ciò che facciamo a scuola, quindi nella vita, non deve essere dettato dalla paura di chi si dimostra più feroce di noi e nemmeno delle conseguenze disciplinari, dalle minacce, dai ricatti di qualsivoglia genere, ma dalla comprensione delle regole assunte, dalla nostra coscienza, dalla responsabilità personale, dall’amore per noi stessi e per il prossimo. La paura può essere un freno che ci rende sudditi o uno stimolo che ci aiuta ad essere responsabili. Del resto, la paura è un sentimento che ci appartiene e può essere per molti aspetti positivo e importante, ma – secondo il mio personale metodo di apprendimento adottato in classe – non può diventare il sentimento che ci domina, ci comanda e che ci fa regredire verso la logica animale, dell’obbedienza al più feroce, al più violento, a chi s’impone con una zampata.

Librodellagiungla3

L’aula scolastica non può essere il luogo dello scontro fisico animale, violento, irrispettoso per se stessi, per gli altri e per le regole della convivenza civile.

Neppure se ad imporre un clima di paura e di sudditanza è l’insegnante autoritario. La legge della giungla è quella di una comunità umana involuta e primitiva. Lo sappiamo e l’ho ripetuto più volte:

l’autorevolezza può fare molto di più dell’autoritarismo.

Credo che la più grande responsabilità sia stata quella di aver tolto l’autorevolezza ai docenti perché l’autorevolezza non possono darsela da soli i professori, non possiamo dire “noi docenti siamo persone autorevoli”, ma sono gli altri (genitori, studenti, istituzioni, giornali, mass-media) che possono dare o togliere l’autorevolezza agli insegnanti. Come? Riconoscendo o negando a priori la qualità degli insegnanti che, per essere dove sono, hanno studiato a lungo, si sono laureati, hanno conseguito l’abilitazione all’insegnamento, hanno vinto un concorso, hanno fatto lunghi sacrifici.

L’umiliazione non si può accettare, in nessun caso.

L’umiliazione porta al disastro e produce danni immensi, gravi, profondi. Sia che si tratti dell’umiliazione nei confronti di uno studente sia che si tratti dell’umiliazione nei confronti degli insegnanti E la paura non deve essere una leva per farsi obbedire perché sappiamo che la paura può essere una delle emozioni più terribili e deleterie che noi conosciamo.

In altri casi, però, la paura può difenderci e stimolarci. Di che tipo è la tua paura? Ti aiuta a migliorare, a trovare il coraggio per affrontarla e ti rende più risoluto, più coraggioso, più attivo? Oppure ti paralizza? La paura ti rende più consapevole oppure ti rende più debole con i forti e più forte con i deboli?

Quando, l’altro giorno, dopo l’ennesimo mio rimprovero e conseguente cartellino giallo, uno studente mi ha detto in classe: “Ma mica mi metto paura per i bigliettini gialli!”. Io ho subito replicato: “Ma tu non devi aver paura”.

Tu, Caro studente, non devi disobbedire perché non hai paura e nemmeno obbedire per paura, ma agire avendo capito l’importanza e la validità delle regole. Dovresti agire, in altre parole, per amore e non per paura. Agire in modo rispettoso, per amore verso la conoscenza, verso i compagni, verso i professori, verso l’apprendimento, verso te stesso.

Puoi sconfiggere la paura soltanto se ti poni nelle condizioni di capire, di comprendere, di renderti conto, di essere consapevole, di acquisire una responsabilità, fino al punto di riuscire a regolarti da solo. Sono convinto che, in classe, insieme, possiamo far emergere un pensiero elevato. Come accade sempre più spesso durante le nostre lezioni di Geostoria, di Cittadinanza e Costituzione e come si evince dai vostri temi d’Italiano.

La paura, quindi, non va subita, ma affrontata e resa un’occasione positiva per la crescita e il miglioramento.

Quando la confusione in aula o il troppo chiacchiericcio concorrono a disturbare la lezione, e qui mi rivolgo a tutta la Classe, chi ne paga le conseguenze immediate siete proprio voi studenti che perdete l’occasione di apprendere, di vivere l’attività didattica, di conoscere, capire e migliorare.

Mi piace quando riusciamo a creare un clima di serenità in classe. Senza paure e senza ansie.

Di più: credo che, almeno durante le mie ore, fin dal primo giorno insieme, le paure e le ansie le abbiamo lasciate fuori dalla porta. Oppure sono diventate elementi stimolanti, cioè dei veri e propri motori che hanno fatto emergere una vostra maggiore consapevolezza e vi hanno permesso di acquisire una prima capacità critica. Bravi. Ma ricordatevi di alzare la mano per chiedere la parola e attendete che vi sia data prima di parlare.

La scuola non è un carcere e non è una caserma.

La scuola è vita, bellezza, idee, cultura, collaborazione, cooperazione, ascolto, dialogo, attenzione reciproca, lealtà, studio, sete di conoscenza, sogno, affettività, impegno, talento, creatività. Insomma, detto in una parola, la scuola è amore.

libro della giungla_nuovicorsari2

Appena ho messo piede in quest’aula, il giorno in cui sono arrivato, ho cercato di educare voi studenti alla libertà. Questo è ciò che cerco di fare: educare alla libertà, cioè alla responsabilità, alla consapevolezza, alla comprensione delle regole e delle persone, all’emergere di un pensiero elevato. Tutto questo, personalmente, lo chiamo “legge universale degli uomini”, cioè il Libro della Giungla. Lo conoscete?

E allora, ricordatevi sempre di essere creativi, rispettosi dell’altro, responsabili.

Prof. Pier Paolo Segneri


Se…

Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio.
Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.
Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”.
Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

 

Poesia di Joseph Rudyard Kipling scritta nel 1895.

Tratta dal libro “Ricompense e Fate” (“Rewards and Fairies”).

Professori in trincea

Sono trattati come dei privilegiati, con tre mesi di ferie, poche ore di lavoro settimanale, insomma: una pacchia! Invece, è semplicemente falso.

Gli insegnanti sono i nuovi profeti disarmati. Con le mani in alto vanno incontro al Potere dominante. Si sacrificano come fossero a Piazza Tienanmen. Esagero? Forse. Intanto, come in una metafora, i carrarmati avanzano contro le loro mani nude dei docenti o contro i professori precari con le buste della spesa semi vuote… Ma forse, con l’aiuto delle famiglie e degli studenti, i cingolati si fermeranno un attimo prima. Siamo in Italia. Qualcuno potrebbe continuare a pensare che esagero. Forse. Purtroppo, una cosa è certa: qui da noi, per anni, una mentalità chiusa e furbastra, stolta e vuota, arrogante e becera, ha tentato di trasformare i professori in una categoria di falliti, perduti, bistrattati, derisi, malpagati, quasi a rappresentare il sottoproletariato urbano. E il messaggio che è passato ai giovani è pressoché univoco: è inutile studiare, si perde tempo e basta, al massimo si diventa professori, cioè dei falliti, meglio allora scegliere la strada corta, il vicolo stretto, la via breve. E la crisi si avvita su se stessa.

Ovviamente, come in tutti i mestieri, come accade in tutte le professioni, ci sono gli insegnanti bravi e quelli meno bravi, ci sono professori in gamba e alcuni senza vocazione, ci sono persone che meritano e persone che latitano, ci sono docenti validi e docenti che dovrebbero dedicarsi ad altro, ci sono maestri e capre. Ma la funzione degli insegnanti resta fondamentale. Anzi, è diventata nevralgica, cruciale, non più rinviabile. E’ questa la frontiera di un Paese alla deriva e che voglia uscire dalla crisi. In altre parole, i professori dovrebbero essere dei maestri. Sono dei maestri. Andrebbero rispettati, ringraziati, applauditi per il lavoro che svolgono e che portano avanti dalla mattina alle otto, con l’ingresso in aula per la prima ora di lezione, a tarda sera, quando terminano di correggere i compiti in classe o di preparare la lezione per il giorno dopo. Senza contare le riunioni, gli incontri con le famiglie, le ore per il collegio dei docenti, il consiglio di classe, l’aggiornamento, gli scrutini, il recupero dei debiti scolastici e chi più ne ha più ne metta. L’elenco degli impegni lavorativi dei professori sarebbe troppo lungo. Ma sono trattati come dei privilegiati, con tre mesi di ferie, poche ore di lavoro settimanale, insomma: una pacchia! Invece, è semplicemente falso. Quello che è vero, al contrario, è che senza un riconoscimento sociale del ruolo svolto dai professori e senza il ripristino dell’autorevolezza del ruolo di insegnante nel comune sentire, anche gli studenti perdono la loro centralità nella Scuola e tutto si frammenta, si sgretola, si disgrega. E il Paese affonda. Eppure, malgrado tutto, in questo lungo tempo di crisi, il più importante impegno sociale e d’integrazione civile viene svolto dai professori, dai dirigenti scolastici, da tutto il personale che lavora nelle scuole come fosse una trincea. Senza plausi e senza onori. Per senso di responsabilità. Insomma, per uscire dalla crisi è necessario entrare nel futuro. E il futuro esiste soltanto se c’è memoria. E la Scuola è il luogo principale dove la memoria coltiva il futuro. E mi riferisco innanzitutto al futuro dell’essere umano, della persona, dell’individuo e dell’intera collettività, dell’Italia e dell’Europa. Perlomeno, il futuro delle nostre città. La Scuola è la nostra frontiera. Anche l’Università, ovviamente. Ma un Potere cinico e fine a se stesso, affarista e ignorante, ha trasformato la Scuola in un’appendice marginale della società affidandole un ruolo secondario rispetto alla responsabilità della formazione di nuovi cittadini, consapevoli e coscienti. Prima, molto prima, a segnare il percorso formativo dei ragazzi, ci sono la televisione, il web, internet, la tecnologia, la burocrazia, i social-network. Ma tutte queste cose sono dei mezzi e non possono diventare il fine. Sono degli strumenti e non devono diventare lo scopo della collettività. L’uscita dalla crisi passa attraverso la cultura, l’arte, la ricerca, la scuola, l’università, la bellezza. Invece, niente. I problemi della Scuola sono tantissimi, sono sempre gli stessi e si aggravano ogni giorno di più. La burocrazia è soffocante, i soldi sono pochi e le spese sono troppe, mancano gli strumenti didattici, le aule sono mal ridotte, gli ingranaggi a volte non girano, la struttura è bolsa e ingabbiata. E non basta: le mancanze e le responsabilità sono diffuse e il sistema scolastico appare spesso inadeguato alle sfide del futuro. Ciascuno dovrebbe impegnarsi a migliorare se stesso. E’ il compito che ciascun docente dovrebbe assumersi. Il cambiamento parte dalla restituzione sociale della funzione, dell’autorevolezza e dell’importanza dei professori. Altrimenti, lo studente (il futuro) non è più il fine della scuola, ma diventa soltanto un mezzo, uno strumento che serve a giustificare l’esistenza della scuola e, dunque, il fine ultimo della scuola diventa quello di essere autoreferenziale. Ne riparleremo ancora.

 

Pier Paolo Segneri

 

La scuola è amore: dialogo tra un docente e i suoi studenti. Lettera.

Gli studenti chiedono di essere visti, di essere capiti, di essere ascoltati.
Perché chiedono solo di Essere.

Gli studenti domandano attenzione, ascolto, dialogo.
Perché cercano risposte.

Gli studenti vogliono farsi notare, anche con un gesto o con un silenzio.
Perché sperano di essere compresi.

Gli studenti vedono se sono sincero, guardano che cosa faccio, osservano tutto.
Perché vogliono imparare da me.

Gli studenti parlano tra loro, si distraggono, fanno confusione.
Perché hanno bisogno di spazi, regole e confini.

Gli studenti apprendono anche attraverso l’affetto, le emozioni, i sogni.
Perché l’intelligenza non basta e sanno che la ragione, da sola, non può sfuggire all’errore.

Gli studenti sono unici e ciascuno è diverso dall’altro.
Perché io possa dedicarmi a loro in modo esclusivo.

La scuola è amore.
Perché è – allo stesso tempo – forza, bellezza e conoscenza.

Grazie a tutti i miei studenti, per avermi insegnato che la scuola è vita.

 

Pier Paolo Segneri

Ecco che prof. sono, mi autodenuncio. Lettera.

Mi autodenuncio perché tento di trasmettere agli studenti la voglia di sognare, ma senza farsi illusioni.

Mi autodenuncio perché vedo la Scuola come affettività, amore e conoscenza e non come sacrificio. Mi autodenuncio perché abbraccerei tutti i miei ragazzi per il bene che voglio a ciascuno di loro.

Mi autodenuncio perché vivo la mia funzione di insegnante come quella di un regista in classe. Mi autodenuncio perché vedo gli studenti come degli attori protagonisti che vanno in scena ogni giorno.

Mi autodenuncio perché sento il mio ruolo di docente come quello di un maestro per i propri allievi.

Mi autodenuncio perché non sono e non voglio essere una guida per gli studenti, ma mi impegno ogni giorno affinché loro stessi possano acquisire responsabilità individuale e autonomia di pensiero.

Mi autodenuncio perché, nella Scuola come nella vita, sono le persone quelle che contano.

Mi autodenuncio perché vado a scuola alla ricerca della e delle verità. Mi autodenuncio perché ritengo che la Scuola sia l’avamposto in cui battersi senza stregua per il diritto umano alla conoscenza. Mi autodenuncio perché cerco di trasformare la scuola da dentro.

Mi autodenuncio perché la Scuola è vita e ogni docente dovrebbe essere libero di poter svolgere il proprio compito in maniera viva, coinvolgente, appassionante, al di là del nozionismo e dei rigidi programmi scolastici che, invece, ne sono la tomba.

Mi autodenuncio perché lavoro quotidianamente per essere quel professore che non ho mai incontrato quando ero ancora uno studente.

Mi autodenuncio perché mi ostino a credere più nella singola persona che nei numeri o nei voti che devo dare a ciascun ragazzo per un obbligo ministeriale.

Mi autodenuncio perché, in classe, vedo tante persone diverse quanti sono gli studenti e non faccio mai confronti tra l’uno e l’altro.

Mi autodenuncio perché, a scuola, supero il concetto manualistico delle lezioni e lavoro direttamente con i ragazzi.

Mi autodenuncio perché, dentro e fuori l’aula scolastica, mi rapporto con gli allievi che mi trovo in carne e ossa davanti agli occhi e non con quelli che i registri misurano come si misurano le quantità.

Mi autodenuncio perché utilizzo i programmi ministeriali soltanto in modo trasversale o per tematiche guardando, perciò, più agli obiettivi formativi e legati alla persona che al conseguimento del programma.

Mi autodenuncio perché non mi importa di finire le pagine del libro di testo.

Mi autodenuncio perché ho sostituito l’ansia di non riuscire a finire il programma con l’attenzione verso il percorso maieutico e didattico di ogni singolo studente e delle varie Classi.

Mi autodenuncio perché considero il libro di testo soltanto uno dei vari e possibili strumenti, ma non il più importante né il privilegiato, anzi.

Mi autodenuncio perché cerco ogni giorno di dare ai ragazzi delle motivazioni forti e convincenti per fargli scegliere, ogni mattina, di andare a scuola.

Pier Paolo Segneri