Diario di bordo – #2

Eravamo a mangiare una buona pizza napoletana, qualche sera fa. Di quelle pizze un po’ alte che sfamano qualsiasi appetito e che sono diverse dalla qualità, invece, della pizza “scrocchiarella” e bassa, tipicamente romana.

Ero con il gruppo di Corsari che avevamo messo insieme senza preavviso: Camilla, Carlo, Fabia, Lorenzo, Marco, Chiara, Enrico e Ilaria.

A un certo punto, in mezzo alla conversazione, non so più in riferimento a quale problema di vita, Enrico ha detto: “Volere è potere“. Silenzio.

È stato un attimo, abbiamo abbassato gli occhi e, vista l’esitazione generale, Carlo ha replicato: “La forza di volontà è fondamentale, giusto, bravo, ma ci vuole anche il sorriso quando si fanno le cose, cioè funzionano le cose che ti piacciono quando le fai. E serve un senso d’allegria nel farle. Nella vita è necessaria quella sensazione di divertimento che ti allieta la giornata e senza la quale perdi la tua energia invece di sprigionarla…“.

Fabia ha annuito, Chiara si è riempita il bicchiere di vino e Camilla ha ordinato una Coca Cola Zero. Personalmente, sono rimasto zitto ancora un po’. Che volete farci, tutte le nostre conversazioni sono così, spontanee e complesse. Anche nelle pause e nei silenzi.

Lorenzo, in quell’attimo di riflessione generale, ha aggiunto: “È quella che io chiamo l’imprevedibilità dell’algoritmo”.

Può essere, certo. Ilaria sembrava d’accordo, eppure ha aggiunto: “Però, se parliamo in punta di diritto, la volontà va ben distinta dalla possibilità. Tutti i romanzi gialli di Agatha Christie sono basati su questo assunto. Anche nei film si evidenzia questo aspetto: tutti i personaggi sono descritti come dei potenziali colpevoli, possono aver avuto un motivo, cioè un movente, per macchiarsi del peggior reato, ma uno soltanto tra loro ha armato la sua mano e ha compiuto il delitto dando seguito a quella volontà che, altrimenti, sarebbe rimasta soltanto come una ipotesi possibile”.

Sono subito intervenuto per dare un contributo non scontato al nostro piacevole dialogo: “Concordo. A me, infatti, l’esperienza mi dice che, spesso, il potere è una cosa e il volere è un’altra. Le cose che mi sono capitate nella vita quasi mai le ho volute. Anzi, ho messo tutte le mie energie in progetti che non sono andati a buon fine e, invece, si sono realizzati quelli che non volevo o, addirittura, che ho ostacolato e da cui ho cercato di fuggire“.

Allora, rapida e con tono rassicurante, Fabia ha colto la palla al balzo per una bella citazione che, personalmente, ho subito condiviso: “La vita è ciò che ti capita mentre tu fai altri progetti”. E Carlo: “Esatto”. Ma Enrico non era convinto: “Se non c’è volontà politica non si riesce a fare alcunché”.

Caro Diario… ho cercato nelle mie giornate di imprimere il senso della mia volontà alla strada che mi si parava davanti, ma quella strada mi ha portato dove voleva lei e, anche quando ho cambiato direzione, mi sono sempre ritrovato a camminare dove non avevo scelto di andare.

Neanche posso dire che io abbia ripiegato facendo il professore di Liceo perché, anche in quel caso, quel ripiego sarebbe stato, comunque, una scelta. Non ho mai scelto di ripiegare sulla scuola rispetto ai miei sogni, al mio talento, alla mia volontà di fare altro e di assumermi, ad esempio, responsabilità politiche. Mi sono ritrovato ad insegnare senza volerlo, senza averlo voluto e senza averlo scelto, nemmeno per ripiego. Mi sono ritrovato ad amare i miei studenti, le prime ore, gli appelli del mattino, le lezioni in classe pur non volendo né perseguendo l’obiettivo della scuola e dell’insegnamento.

Amo i ragazzi, i loro genitori, i colleghi. Amo quello che faccio, anche se la mia volontà è sempre stata quella di essere semplicemente quello che sono e di fare ciò che sento, da sempre, di essere: un poeta, un regista, un uomo politico. Invece, faccio altro. Contro la mia volontà, ma con tutto il mio impegno, tutto il mio amore, tutte le mie possibilità. Però, non l’ho scelto, non l’ho voluto.

Pier Paolo Segneri

Autorità e autorevolezza

I Corsari ripartono dalla PAROLA.

Per ricostruire la Politica è divenuto necessario scrivere l’Abbecedario o il nuovo Dizionario della politica italiana. Si comincia dalla lettera A. Anzi, dal binomio “autorità e autorevolezza”. Perché si tratta di una coppia di vocaboli che assunomo caratteri corsari. Fin dai tempi di Pier Paolo Pasolini.

Ma che differenza c’è tra le due parole?

Proviamo a spiegare: l’autorità è il Potere costituito, l’autorevolezza è la forza dell’esempio. L’autorità intimorisce e mette paura, l’autorevolezza trasmette coraggio e libera dalle paure.

Sono in tanti a distinguere tra autorità e autorevolezza, ma sono pochi coloro che hanno provato a spiegare i due differenti significati. Eppure la distinzione c’è ed è spesso netta. Infatti, autorità e autorevolezza sono due opposti, due sinonimi-contrari, come sono soliti definire i Corsari questo binomio di grande attualità. Sembrano due parole simili, appaiono quasi come sinonimi e sono, invece, agli antipodi. Del resto, ormai, la dicotomia tra i due vocaboli è entrata nel linguaggio comune, anche se non sempre questa distinzione è chiara, cioè non sempre si riesce a spiegare davvero in cosa consista l’una e in cosa l’altra.

Il dialogo e il contraddittorio rappresentano il metodo corsaro per eccellenza, anche quando avviene tra due parole: da una parte vi è il Potere, dunque l’autorità; dall’altra parte vi è la Forza, con la maiuscola, cioè l’autorevolezza. Ovviamente, vi può essere un’autorità autorevole ma, in tal caso, quando ciò accade, la forza dell’autorevolezza impedisce all’autorità di essere autoritaria e, quindi, la libera dalle spire del Potere. Allo stesso modo, perciò, vi può essere un’autorevolezza autoritaria ma, in questo caso, essa è schiacciata dal predominio del Potere autoritario. Se si guarda alla vita politica del nostro Belpaese, forse, si riesce a comprendere meglio il discorso. Più cresce l’atteggiamento arrogante, furbo, prepotente, menzognero, dispotico e più la politica perde la propria autorevolezza.

Accade anche a scuola, nelle aule degli Istituti di tutta Italia, quando gli insegnanti sono costretti a colmare il vuoto di autorevolezza, dovuto alla mancanza di un alto riconoscimento sociale ed economico del compito civile e civico che i professori svolgono, sostituendo tale mancanza con un’autorevolezza personale e individuale. Ed è proprio per questo motivo che i professori, a mio parere, andrebbero tutti applauditi per l’importante lavoro che svolgono ogni giorno, malgrado tutte le difficoltà della scuola e i limiti delle risorse disponibili.

Ma qual è questa differenza di significato tra le due parole? Proviamo a tracciare un profilo dell’una e dell’altra: l’autorità impone, l’autorevolezza propone. L’autorità è statica e immobile, l’autorevolezza è dinamica e in movimento. L’autorità è data dal ruolo che si ricopre, l’autorevolezza è data dal carattere e dalle qualità della persona che la interpreta. Non basta? L’autorità è ciò che incute silenzio e pone gli altri in una posizione di sudditanza, l’autorevolezza è ciò che comunica parola e dialogo.

Insomma, in altre parole: l’autorità pretende il rispetto per sé, l’autorevolezza conquista il rispetto per sé e per gli altri. L’autorità è gerarchica, l’autorevolezza è liberale. L’autorità è verticismo, l’autorevolezza è profondità e intensità. L’autorità appartiene alla quantità, l’autorevolezza – invece – è data dalla qualità di una persona. Infatti, la persona di qualità cerca di essere autorevole e non autoritaria.

L’autorevolezza è una lunga pazienza e si conquista con il tempo.

L’autorità non ha tempo né voglia.

Mi candido a Sindaco di Frosinone

Perché vorrei candidarmi a Sindaco di Frosinone? E perché cominciare a dirlo già da ora e perché muoversi così presto?

Semplice: perché la politica che amo praticare è quella che agisce in modo trasparente, in maniera visibile, a viso aperto, senza infingimenti, in contatto quotidiano con le persone. Perché la Città che vorrei dovrebbe essere come la politica che pratico. Perché sono una persona onesta e non gioco secondo le logiche opache del Potere fine a se stesso. Faccio un altro gioco, anzi: un gioco “altro”

Perché sogno Frosinone come una comunità corsara, coraggiosa, libera, visibile, solidale. Senza ipocrisie.

Perché ogni sogno contiene in sé un po’ di utopia. E l’utopia è il sale di ogni sogno.

Vorrei candidarmi a Sindaco della mia e nostra Frosinone perché penso di poter dare un contributo di qualità per far emergere tutto il meglio delle risorse umane, civili e civiche dei frusinati.

Perché la politica è quella attività del cuore e della testa che ci permette di ascoltare gli altri e di rivolgerci alle persone per poter dire o scrivere come la pensiamo, come stanno davvero le cose, senza operare di nascosto, senza mai essere subdoli e per poter dire le cose fuori dai denti, senza inganno. Con rispetto per gli altri e con amore, sempre e per tutti, anche per l’avversario politico.

Mi candido fin da oggi a Sindaco di Frosinone perché, per me, anche se può apparire prematuro per alcuni, è necessario tutto il tempo che ancora manca alle prossime elezioni comunali per poter costruire un sostegno adeguato e un consenso significativo intorno ad una prospettiva di così grande rilievo, responsabilità ed importanza.

Perché, al momento, non ho un partito politico alle spalle e, quindi, ho necessità di una rete di sostenitori e di Corsari.

essere corsari

Mi sono “scoperto” in anticipo, come si dice tra i politicanti, perché non ho nulla da nascondere e, inoltre, perché il progetto che ho in mente per il tuo, mio e nostro Capoluogo ha bisogno di aria, di spazio, di pazienza, di semina, di tempo e di gradualità per prendere la forma che vorrei e che soltanto con il contributo fattivo e operativo di una squadra forte, bella, preparata e coesa può, giorno dopo giorno, comporsi e realizzarsi davvero.

Grazie, intanto, a tutti coloro che, nei giorni passati, hanno espresso il loro pieno entusiasmo o il loro sostegno per dare forza alla candidatura di un semplice cittadino frusinate che, in 25 anni di militanza politica, non è mai stato divisivo e, anzi, ha sempre unito. E, comunque, con umiltà e con competenza, sono felice di poter dire che il sottoscritto ha sempre unito e dialogato con tutti. Inoltre, con mia grande soddisfazione, posso scrivere di non aver mai, ripeto “mai”, creato indifferenza o astio o rabbia, ma sono sempre riuscito ad unire i cittadini e la classe dirigente frusinate nel dialogo e nel formulare domande comuni, anche quando hanno prodotto risposte diverse.

Ma il segno della politica corsara è proprio la diversità e l’alterità dentro il disegno di un comune destino.

 

Pier Paolo Segneri

 

La parola è la chiave della conoscenza

La parola data, la parola donata, la parola offerta, la parola ricevuta, la parola accolta.

Le parole hanno tutte una loro fragilità interiore, sono come gusci d’uovo,
con un loro significato dentro.

Ogni parola esprime diversi concetti, idee, emozioni. E ciascuna, però, ha un limite e quel limite corrisponde alla fragilità della parola. E’ questa fragilità che ne determina il senso.

La parola va scoperta, ascoltata, sentita.

In una società complessa come la nostra, sempre più basata sulla comunicazione in generale e sulla comunicazione scritta in particolare (sms, e-mail, social-network), la principale motivazione per cui scrivo è quella di cercare di offrire una risposta concreta alla nostra richiesta di senso e di significato.

 

Ecco, allora, che anni fa mi è venuta in mente un’idea: puntare sulla visione della PAROLA, considerata come la chiave per accedere alla conoscenza.

Con la parola di accesso, infatti, ogni libro si apre.

Parola è comprensione. L’intento, quindi, è quello di far capire il significato delle parole, nella forma verbale e scritta. Svelare, insomma, uno strumento fondamentale per esprimersi in modo adeguato e in ogni contesto nella nostra società, anche per conoscere se stessi. Quindi, l’uso e il significato delle parole è necessario a chiunque voglia migliorare il proprio modo personale di esprimersi, di comunicare e di scrivere.

In altre parole, la lingua italiana può davvero rappresentare un tesoro, uno scrigno, una fonte inesauribile di scoperte, di novità, di rinnovate relazioni.

Indagare le parole e i concetti aiuta a comprendere gli altri, a comunicare e interagire con il prossimo, ad accedere al sapere, a promuovere le idee che emergono nella discussione politica, a sentirsi adeguati nei più svariati contesti, ad assaporare il gusto della lettura e il piacere di ascoltare o dialogare con gli altri.

Pier Paolo Segneri

La poesia come necessità

Quando scrivo che la fantasia è una necessità, mi riferisco al fatto che – essendo un segno di Terra – in quanto Toro con ascendente in Bilancia – sono molto attaccato alla realtà e sono legato ai valori tradizionali, ma questo legame mi porta anche a vedere la realtà in tutta la sua durezza e, aggiungerei, crudezza.

Da persona sensibile, la realtà mi appare nel suo dolore, nelle troppe ingiustizie, nella realtà così com’è e che, forse, molti neanche si accorgono di avere sotto il proprio naso.

Ebbene, certe volte, la realtà mi appare insopportabile e, allora, ecco che entra in gioco la fantasia come necessità.

Però, non è una fuga dalla realtà ma, anzi, è il modo che ho trovato – fin da bambino – per credere ancora nella realtà, per credere ancora che il mondo si possa migliorare, per sognare malgrado tutto.

Di più: credo che i sognatori siano coloro che hanno ancora fiducia nella realtà, che credono nella realtà e per questo motivo immaginano di poter agire in essa con fiducia. I realisti, invece, che si privano della necessaria fantasia, sono coloro che non credono più nella realtà e sono disillusi, hanno smesso di sognare perché pensano che mai nulla cambierà, se non in peggio.

Questi sono i realisti. Anzi, meglio: questo è il mio modo di vedere le cose…

Forse è per tale ragione che, a soli 6 anni, ho iniziato a scrivere poesiePer rimuovere gli ostacoli che impediscono di credere in un mondo migliore. E agire per renderlo almeno sopportabile.

Perché si scrive?

Si scrive per riordinare le idee, per trovare un senso al caos, per sconfiggere il Nulla che avanza. Si scrive per non buttarsi via, per non fermarsi all’apparenza, per restituire un pegno d’amore. Si scrive per guardarsi dentro, per scoprire cosa c’è fuori, per un dolore. Si scrive…

Si scrive per riordinare le idee, per trovare un senso al caos, per sconfiggere il Nulla che avanza. Si scrive per non buttarsi via, per non fermarsi all’apparenza, per restituire un pegno d’amore. Si scrive per guardarsi dentro, per scoprire cosa c’è fuori, per un dolore. Si scrive…

La scrittura è altruista, presuppone l’altro, presuppone il lettore o l’altro se stesso, qualcuno a cui parlare o che sappia sentire. Sentire col cuore.

Senza qualcuno che legga, senza una lettrice che lo apra, ogni libro, ogni editoriale, ogni testo scritto è come un custode con gli occhi chiusi, che si è appisolato: dorme in attesa di farti entrare.

Si scrive… Ma perché si scrive?

“Dire che si scrive per la classe operaia, per la borghesia, è un’ipocrisia. Uno scrittore scrive per se stesso e per altri se stessi. Io non penso ad un particolare tipo di lettore. Io penso che ci siano tanti lettori come me. Allora, un libro può essere più o meno difficoltoso. E qualunque libro, se letto con un certo amore, con una certa adesione, se riletto credo che si apra”.

È la risposta di Leonardo Sciascia, ma non avrei saputo usare parole migliori. Aderisco alle sue. Audacemente.

Si scrive per egocentrismo o per depressione?

Non so, scrivono tutti. Si scrive oltremodo, oltretutto male. Si scrive spesso per battere il tempo. Per vincerlo. E si perde. Altre volte, invece, si perde tempo e basta. Tempo al tempo.

Si scrive quasi sempre per lanciare un messaggio, per sopravvivere a se stessi, per lasciare qualcosa di sé dopo di sé o per mostrarsi ai contemporanei.
Per dire quel che si ha da dire… si scrive.

Scrivere è un modo per dilatare i tempi topici, l’istante giusto, l’attimo fuggente.

Scrivere non è sempre un modo per aggiungere, a volte è una maniera per togliere, semplificare, scavare. Qualche volta, però, e speriamo che non sia il caso di questo Blog, diventa pressoché impossibile distogliere un pensiero sbagliato, far convivere il lettore con il testo scritto, i pensieri con le intenzioni, le idee con le persone, la pagina bianca con le idee. Si scrive quasi sempre sulla sabbia.

Si scrive… e speriamo che qualcuno legga.

Pier Paolo Segneri

L’Italia è la lingua italiana

La politica ha perso ogni ideale e ha abbracciato gli ideologismi. Al primo posto, in una politica senza ideali, c’è l’ideologia del pragmatismo.

Per i Corsari, perciò, la riscoperta dei grandi ideali è il presupposto della nostra anima politica.

Al primo punto, in un ideale programma di governo, abbiamo la riscoperta della lingua italiana. E non è un caso. Anzi.

Qualcuno si chiederà: Perché?Semplice: perché senza la lingua italiana non esiste l’Italia.

Nessuno può costruire il proprio futuro senza acquisire prima la consapevolezza della propria memoria. Ecco il punto: la lingua italiana è la nostra prima e principale memoria, è la nostra identità, cioè il nostro viatico per il futuro. Senza memoria non vi può essere futuro. Ecco perché è importante studiare la nostra lingua e rileggere le poesie di Giacomo Leopardi o di Gozzano, riscoprire le opere di Ugo Foscolo e di Alessandro Manzoni, di Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia. Perché la lingua italiana rappresenta la nostra memoria e la parola, come si sa, è il seme che ci permette di far germogliare il nostro essere più profondo e personale, ciò che ci consente di conoscere noi stessi, di capire chi siamo e verso dove andiamo o verso dove vorremmo andare.

L’italiano è l’unione di testa e cuore. È ragione e sentimento. È consapevolezza e comprensione.

Attenzione a distruggere la lingua italiana.

L’Italia è un mito letterario. L’Italia nasce con la lingua italiana. Non a caso, è stata definita “una nazione di carta” perché è l’unica nazione che si è creata attraverso un mito narrato dagli scrittori e dai poeti.

L’Italia esiste perché esiste la lingua italiana.

La letteratura ha fatto nascere una coscienza identitaria, altrimenti non vi sarebbe stato neppure il Risorgimento liberale nell’Ottocento.

L’italiano è la conoscenza, è lo studio, è l’insieme di tante diversità unite tra loro.

L’idea della nostra unità nazionale comincia, infatti, con la nascita di una lingua comune. L’Italia nasce con il Rinascimento e l’Umanesimo, nasce grazie a Dante, Petrarca e Boccaccio, nasce con Pietro Bembo, nel ‘500. Del resto, sul piano istituzionale, se andiamo a rileggere la Storia, l’Unità d’Italia si è avuta da un tempo relativamente breve: dal 1861. Anzi, ancora meno se consideriamo che Roma è diventata la nostra Capitale soltanto nel 1870/71.

Ma l’Italia nasce prima, nel Rinascimento, quando nasce la lingua italiana.

A proposito dell’italiano, in un suo romanzo, Leonardo Sciascia scrive: “L’italiano non è semplicemente l’italiano. L’italiano è il ragionare”. Ecco anche perché è importante studiare la nostra lingua e leggere i nostri scrittori o poeti. Perché è un modo per mettere in funzione il cervello, attivare la mente, acquisire sensibilità e ragionevolezza. Non a caso, l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo. Credo che tale interesse globale sia dovuto soprattutto al fatto che l’italiano risponda a una necessità di carattere culturale e letterario. Lo si studia per leggere Dante Alighieri e Luigi Pirandello oppure per leggere, in lingua originale, filosofi come Benedetto Croce e scienziati come Galileo Galilei.

Insomma, il Presidente del Consiglio – chiunque sia – si ricordi di parlare sempre in italiano, con tutti gli interlocutori. Oggi come in futuro. Soprattutto con i grandi della Terra e nei consessi internazionali. Infatti, per i Corsari, il Presidente Conte segnerà davvero un punto a suo favore quando Trump, Macron e Merkel si rivolgeranno a lui parlando in italiano. Casomai. E non il contrario. Fino a quel momento, l’essere un buon poliglotta o è ininfluente o è servile. Ininfluente per un Presidente del Consiglio, servile per l’intero Paese.

Guai a subire supinamente una sudditanza linguistica, sarebbe la sudditanza dell’Italia tutta.

Pier Paolo Segneri