La poesia come necessità

Quando scrivo che la fantasia è una necessità, mi riferisco al fatto che – essendo un segno di Terra – in quanto Toro con ascendente in Bilancia – sono molto attaccato alla realtà e sono legato ai valori tradizionali, ma questo legame mi porta anche a vedere la realtà in tutta la sua durezza e, aggiungerei, crudezza.

Da persona sensibile, la realtà mi appare nel suo dolore, nelle troppe ingiustizie, nella realtà così com’è e che, forse, molti neanche si accorgono di avere sotto il proprio naso.

Ebbene, certe volte, la realtà mi appare insopportabile e, allora, ecco che entra in gioco la fantasia come necessità.

Però, non è una fuga dalla realtà ma, anzi, è il modo che ho trovato – fin da bambino – per credere ancora nella realtà, per credere ancora che il mondo si possa migliorare, per sognare malgrado tutto.

Di più: credo che i sognatori siano coloro che hanno ancora fiducia nella realtà, che credono nella realtà e per questo motivo immaginano di poter agire in essa con fiducia. I realisti, invece, che si privano della necessaria fantasia, sono coloro che non credono più nella realtà e sono disillusi, hanno smesso di sognare perché pensano che mai nulla cambierà, se non in peggio.

Questi sono i realisti. Anzi, meglio: questo è il mio modo di vedere le cose…

Forse è per tale ragione che, a soli 6 anni, ho iniziato a scrivere poesiePer rimuovere gli ostacoli che impediscono di credere in un mondo migliore. E agire per renderlo almeno sopportabile.

Perché si scrive?

Si scrive per riordinare le idee, per trovare un senso al caos, per sconfiggere il Nulla che avanza. Si scrive per non buttarsi via, per non fermarsi all’apparenza, per restituire un pegno d’amore. Si scrive per guardarsi dentro, per scoprire cosa c’è fuori, per un dolore. Si scrive…

Si scrive per riordinare le idee, per trovare un senso al caos, per sconfiggere il Nulla che avanza. Si scrive per non buttarsi via, per non fermarsi all’apparenza, per restituire un pegno d’amore. Si scrive per guardarsi dentro, per scoprire cosa c’è fuori, per un dolore. Si scrive…

La scrittura è altruista, presuppone l’altro, presuppone il lettore o l’altro se stesso, qualcuno a cui parlare o che sappia sentire. Sentire col cuore.

Senza qualcuno che legga, senza una lettrice che lo apra, ogni libro, ogni editoriale, ogni testo scritto è come un custode con gli occhi chiusi, che si è appisolato: dorme in attesa di farti entrare.

Si scrive… Ma perché si scrive?

“Dire che si scrive per la classe operaia, per la borghesia, è un’ipocrisia. Uno scrittore scrive per se stesso e per altri se stessi. Io non penso ad un particolare tipo di lettore. Io penso che ci siano tanti lettori come me. Allora, un libro può essere più o meno difficoltoso. E qualunque libro, se letto con un certo amore, con una certa adesione, se riletto credo che si apra”.

È la risposta di Leonardo Sciascia, ma non avrei saputo usare parole migliori. Aderisco alle sue. Audacemente.

Si scrive per egocentrismo o per depressione?

Non so, scrivono tutti. Si scrive oltremodo, oltretutto male. Si scrive spesso per battere il tempo. Per vincerlo. E si perde. Altre volte, invece, si perde tempo e basta. Tempo al tempo.

Si scrive quasi sempre per lanciare un messaggio, per sopravvivere a se stessi, per lasciare qualcosa di sé dopo di sé o per mostrarsi ai contemporanei.
Per dire quel che si ha da dire… si scrive.

Scrivere è un modo per dilatare i tempi topici, l’istante giusto, l’attimo fuggente.

Scrivere non è sempre un modo per aggiungere, a volte è una maniera per togliere, semplificare, scavare. Qualche volta, però, e speriamo che non sia il caso di questo Blog, diventa pressoché impossibile distogliere un pensiero sbagliato, far convivere il lettore con il testo scritto, i pensieri con le intenzioni, le idee con le persone, la pagina bianca con le idee. Si scrive quasi sempre sulla sabbia.

Si scrive… e speriamo che qualcuno legga.

Pier Paolo Segneri