L’Italia è la lingua italiana

La politica ha perso ogni ideale e ha abbracciato gli ideologismi. Al primo posto, in una politica senza ideali, c’è l’ideologia del pragmatismo.

Per i Corsari, perciò, la riscoperta dei grandi ideali è il presupposto della nostra anima politica.

Al primo punto, in un ideale programma di governo, abbiamo la riscoperta della lingua italiana. E non è un caso. Anzi.

Qualcuno si chiederà: Perché?Semplice: perché senza la lingua italiana non esiste l’Italia.

Nessuno può costruire il proprio futuro senza acquisire prima la consapevolezza della propria memoria. Ecco il punto: la lingua italiana è la nostra prima e principale memoria, è la nostra identità, cioè il nostro viatico per il futuro. Senza memoria non vi può essere futuro. Ecco perché è importante studiare la nostra lingua e rileggere le poesie di Giacomo Leopardi o di Gozzano, riscoprire le opere di Ugo Foscolo e di Alessandro Manzoni, di Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia. Perché la lingua italiana rappresenta la nostra memoria e la parola, come si sa, è il seme che ci permette di far germogliare il nostro essere più profondo e personale, ciò che ci consente di conoscere noi stessi, di capire chi siamo e verso dove andiamo o verso dove vorremmo andare.

L’italiano è l’unione di testa e cuore. È ragione e sentimento. È consapevolezza e comprensione.

Attenzione a distruggere la lingua italiana.

L’Italia è un mito letterario. L’Italia nasce con la lingua italiana. Non a caso, è stata definita “una nazione di carta” perché è l’unica nazione che si è creata attraverso un mito narrato dagli scrittori e dai poeti.

L’Italia esiste perché esiste la lingua italiana.

La letteratura ha fatto nascere una coscienza identitaria, altrimenti non vi sarebbe stato neppure il Risorgimento liberale nell’Ottocento.

L’italiano è la conoscenza, è lo studio, è l’insieme di tante diversità unite tra loro.

L’idea della nostra unità nazionale comincia, infatti, con la nascita di una lingua comune. L’Italia nasce con il Rinascimento e l’Umanesimo, nasce grazie a Dante, Petrarca e Boccaccio, nasce con Pietro Bembo, nel ‘500. Del resto, sul piano istituzionale, se andiamo a rileggere la Storia, l’Unità d’Italia si è avuta da un tempo relativamente breve: dal 1861. Anzi, ancora meno se consideriamo che Roma è diventata la nostra Capitale soltanto nel 1870/71.

Ma l’Italia nasce prima, nel Rinascimento, quando nasce la lingua italiana.

A proposito dell’italiano, in un suo romanzo, Leonardo Sciascia scrive: “L’italiano non è semplicemente l’italiano. L’italiano è il ragionare”. Ecco anche perché è importante studiare la nostra lingua e leggere i nostri scrittori o poeti. Perché è un modo per mettere in funzione il cervello, attivare la mente, acquisire sensibilità e ragionevolezza. Non a caso, l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo. Credo che tale interesse globale sia dovuto soprattutto al fatto che l’italiano risponda a una necessità di carattere culturale e letterario. Lo si studia per leggere Dante Alighieri e Luigi Pirandello oppure per leggere, in lingua originale, filosofi come Benedetto Croce e scienziati come Galileo Galilei.

Insomma, il Presidente del Consiglio – chiunque sia – si ricordi di parlare sempre in italiano, con tutti gli interlocutori. Oggi come in futuro. Soprattutto con i grandi della Terra e nei consessi internazionali. Infatti, per i Corsari, il Presidente Conte segnerà davvero un punto a suo favore quando Trump, Macron e Merkel si rivolgeranno a lui parlando in italiano. Casomai. E non il contrario. Fino a quel momento, l’essere un buon poliglotta o è ininfluente o è servile. Ininfluente per un Presidente del Consiglio, servile per l’intero Paese.

Guai a subire supinamente una sudditanza linguistica, sarebbe la sudditanza dell’Italia tutta.

Pier Paolo Segneri

Lettera agli studenti di ieri, di oggi e di domani

Quando impari qualcosa che non sapevi, quando immagini qualcosa che non immaginavi, quando la vita si arricchisce di emozioni e di sogni in cui credere, allora tu guarda le stelle in una notte d’estate o gli occhi di chi ti vuol bene in un istante di sconforto. Guarda i grandi film, vai al teatro, danza…

Quando impari qualcosa che non sapevi, quando immagini qualcosa che non immaginavi, quando la vita si arricchisce di emozioni e di sogni in cui credere, allora tu guarda le stelle in una notte d’estate o gli occhi di chi ti vuol bene in un istante di sconforto. Guarda i grandi film, vai al teatro, danza…

Non avvilirti per i tuoi errori. Anzi, impara da ogni tuo fallimento. Ritrova fiducia in te, prova a donare la tua parola e rispetta la parola data, ascolta una musica che ti restituisca armonia, accendi il dubbio e la curiosità. Sorridi.

C’è un segreto che non conosciamo tutte le volte che non ci sentiamo capiti. Certe volte, lo so, provi a spiegarti e non ci riesci, ma – forse – chi ti ascolta non ti sente. Certe volte, hai come la sensazione di non essere compreso perché anche i tuoi gesti più semplici sembrano inutili e restano del tutto incomprensibili a chi ti sta vicino. 

A volte, ti convinci di essere venuto da un altro mondo e pensi che qui parlano un’altra lingua. Allora, ecco le domande che ti spingono a cercare e non ti capaciti di come sia possibile trovare intorno tanta indifferenza, una tale solitudine, una strana mancanza di ascolto.

Quello che posso dirti è soltanto di scoprire te stesso, cioè il segreto nascosto nell’animo umano. La tua grande possibilità è quella di migliorare sempre, di continuare a credere nelle tue forze, aprire ogni giorno una pagina di vita e leggere nel cuore dell’umanità. Con il tempo ti accorgerai che la conoscenza è un antidoto all’ingiustizia, che la cultura ha bisogno di crescere dentro di te e che tu hai necessità di accrescere la tua cultura.

Nel segreto dell’animo umano scoprirai che anche un buon libro può aiutarti ad essere parte di un’avventura tutta da vivere. Cerca di approfondire gli argomenti che più ti appassionano. Perché la libertà è soprattutto la responsabilità di coltivare i tuoi talenti, in modo da capire chi sei e di essere compreso. Per te, dovresti farlo. E per tutti gli altri che potranno beneficiare delle tue conoscenze, delle tue capacità, del tuo abbraccio a tutto ciò che può renderti migliore.

Impegnati ogni giorno a scoprire la bellezza che ti circonda, la poesia che ti porti dentro, l’amore che puoi donare.

Prof. Pier Paolo Segneri

Professori in trincea

Sono trattati come dei privilegiati, con tre mesi di ferie, poche ore di lavoro settimanale, insomma: una pacchia! Invece, è semplicemente falso.

Gli insegnanti sono i nuovi profeti disarmati. Con le mani in alto vanno incontro al Potere dominante. Si sacrificano come fossero a Piazza Tienanmen. Esagero? Forse. Intanto, come in una metafora, i carrarmati avanzano contro le loro mani nude dei docenti o contro i professori precari con le buste della spesa semi vuote… Ma forse, con l’aiuto delle famiglie e degli studenti, i cingolati si fermeranno un attimo prima. Siamo in Italia. Qualcuno potrebbe continuare a pensare che esagero. Forse. Purtroppo, una cosa è certa: qui da noi, per anni, una mentalità chiusa e furbastra, stolta e vuota, arrogante e becera, ha tentato di trasformare i professori in una categoria di falliti, perduti, bistrattati, derisi, malpagati, quasi a rappresentare il sottoproletariato urbano. E il messaggio che è passato ai giovani è pressoché univoco: è inutile studiare, si perde tempo e basta, al massimo si diventa professori, cioè dei falliti, meglio allora scegliere la strada corta, il vicolo stretto, la via breve. E la crisi si avvita su se stessa.

Ovviamente, come in tutti i mestieri, come accade in tutte le professioni, ci sono gli insegnanti bravi e quelli meno bravi, ci sono professori in gamba e alcuni senza vocazione, ci sono persone che meritano e persone che latitano, ci sono docenti validi e docenti che dovrebbero dedicarsi ad altro, ci sono maestri e capre. Ma la funzione degli insegnanti resta fondamentale. Anzi, è diventata nevralgica, cruciale, non più rinviabile. E’ questa la frontiera di un Paese alla deriva e che voglia uscire dalla crisi. In altre parole, i professori dovrebbero essere dei maestri. Sono dei maestri. Andrebbero rispettati, ringraziati, applauditi per il lavoro che svolgono e che portano avanti dalla mattina alle otto, con l’ingresso in aula per la prima ora di lezione, a tarda sera, quando terminano di correggere i compiti in classe o di preparare la lezione per il giorno dopo. Senza contare le riunioni, gli incontri con le famiglie, le ore per il collegio dei docenti, il consiglio di classe, l’aggiornamento, gli scrutini, il recupero dei debiti scolastici e chi più ne ha più ne metta. L’elenco degli impegni lavorativi dei professori sarebbe troppo lungo. Ma sono trattati come dei privilegiati, con tre mesi di ferie, poche ore di lavoro settimanale, insomma: una pacchia! Invece, è semplicemente falso. Quello che è vero, al contrario, è che senza un riconoscimento sociale del ruolo svolto dai professori e senza il ripristino dell’autorevolezza del ruolo di insegnante nel comune sentire, anche gli studenti perdono la loro centralità nella Scuola e tutto si frammenta, si sgretola, si disgrega. E il Paese affonda. Eppure, malgrado tutto, in questo lungo tempo di crisi, il più importante impegno sociale e d’integrazione civile viene svolto dai professori, dai dirigenti scolastici, da tutto il personale che lavora nelle scuole come fosse una trincea. Senza plausi e senza onori. Per senso di responsabilità. Insomma, per uscire dalla crisi è necessario entrare nel futuro. E il futuro esiste soltanto se c’è memoria. E la Scuola è il luogo principale dove la memoria coltiva il futuro. E mi riferisco innanzitutto al futuro dell’essere umano, della persona, dell’individuo e dell’intera collettività, dell’Italia e dell’Europa. Perlomeno, il futuro delle nostre città. La Scuola è la nostra frontiera. Anche l’Università, ovviamente. Ma un Potere cinico e fine a se stesso, affarista e ignorante, ha trasformato la Scuola in un’appendice marginale della società affidandole un ruolo secondario rispetto alla responsabilità della formazione di nuovi cittadini, consapevoli e coscienti. Prima, molto prima, a segnare il percorso formativo dei ragazzi, ci sono la televisione, il web, internet, la tecnologia, la burocrazia, i social-network. Ma tutte queste cose sono dei mezzi e non possono diventare il fine. Sono degli strumenti e non devono diventare lo scopo della collettività. L’uscita dalla crisi passa attraverso la cultura, l’arte, la ricerca, la scuola, l’università, la bellezza. Invece, niente. I problemi della Scuola sono tantissimi, sono sempre gli stessi e si aggravano ogni giorno di più. La burocrazia è soffocante, i soldi sono pochi e le spese sono troppe, mancano gli strumenti didattici, le aule sono mal ridotte, gli ingranaggi a volte non girano, la struttura è bolsa e ingabbiata. E non basta: le mancanze e le responsabilità sono diffuse e il sistema scolastico appare spesso inadeguato alle sfide del futuro. Ciascuno dovrebbe impegnarsi a migliorare se stesso. E’ il compito che ciascun docente dovrebbe assumersi. Il cambiamento parte dalla restituzione sociale della funzione, dell’autorevolezza e dell’importanza dei professori. Altrimenti, lo studente (il futuro) non è più il fine della scuola, ma diventa soltanto un mezzo, uno strumento che serve a giustificare l’esistenza della scuola e, dunque, il fine ultimo della scuola diventa quello di essere autoreferenziale. Ne riparleremo ancora.

 

Pier Paolo Segneri

 

La scuola è amore: dialogo tra un docente e i suoi studenti. Lettera.

Gli studenti chiedono di essere visti, di essere capiti, di essere ascoltati.
Perché chiedono solo di Essere.

Gli studenti domandano attenzione, ascolto, dialogo.
Perché cercano risposte.

Gli studenti vogliono farsi notare, anche con un gesto o con un silenzio.
Perché sperano di essere compresi.

Gli studenti vedono se sono sincero, guardano che cosa faccio, osservano tutto.
Perché vogliono imparare da me.

Gli studenti parlano tra loro, si distraggono, fanno confusione.
Perché hanno bisogno di spazi, regole e confini.

Gli studenti apprendono anche attraverso l’affetto, le emozioni, i sogni.
Perché l’intelligenza non basta e sanno che la ragione, da sola, non può sfuggire all’errore.

Gli studenti sono unici e ciascuno è diverso dall’altro.
Perché io possa dedicarmi a loro in modo esclusivo.

La scuola è amore.
Perché è – allo stesso tempo – forza, bellezza e conoscenza.

Grazie a tutti i miei studenti, per avermi insegnato che la scuola è vita.

 

Pier Paolo Segneri

Ecco che prof. sono, mi autodenuncio. Lettera.

Mi autodenuncio perché tento di trasmettere agli studenti la voglia di sognare, ma senza farsi illusioni.

Mi autodenuncio perché vedo la Scuola come affettività, amore e conoscenza e non come sacrificio. Mi autodenuncio perché abbraccerei tutti i miei ragazzi per il bene che voglio a ciascuno di loro.

Mi autodenuncio perché vivo la mia funzione di insegnante come quella di un regista in classe. Mi autodenuncio perché vedo gli studenti come degli attori protagonisti che vanno in scena ogni giorno.

Mi autodenuncio perché sento il mio ruolo di docente come quello di un maestro per i propri allievi.

Mi autodenuncio perché non sono e non voglio essere una guida per gli studenti, ma mi impegno ogni giorno affinché loro stessi possano acquisire responsabilità individuale e autonomia di pensiero.

Mi autodenuncio perché, nella Scuola come nella vita, sono le persone quelle che contano.

Mi autodenuncio perché vado a scuola alla ricerca della e delle verità. Mi autodenuncio perché ritengo che la Scuola sia l’avamposto in cui battersi senza stregua per il diritto umano alla conoscenza. Mi autodenuncio perché cerco di trasformare la scuola da dentro.

Mi autodenuncio perché la Scuola è vita e ogni docente dovrebbe essere libero di poter svolgere il proprio compito in maniera viva, coinvolgente, appassionante, al di là del nozionismo e dei rigidi programmi scolastici che, invece, ne sono la tomba.

Mi autodenuncio perché lavoro quotidianamente per essere quel professore che non ho mai incontrato quando ero ancora uno studente.

Mi autodenuncio perché mi ostino a credere più nella singola persona che nei numeri o nei voti che devo dare a ciascun ragazzo per un obbligo ministeriale.

Mi autodenuncio perché, in classe, vedo tante persone diverse quanti sono gli studenti e non faccio mai confronti tra l’uno e l’altro.

Mi autodenuncio perché, a scuola, supero il concetto manualistico delle lezioni e lavoro direttamente con i ragazzi.

Mi autodenuncio perché, dentro e fuori l’aula scolastica, mi rapporto con gli allievi che mi trovo in carne e ossa davanti agli occhi e non con quelli che i registri misurano come si misurano le quantità.

Mi autodenuncio perché utilizzo i programmi ministeriali soltanto in modo trasversale o per tematiche guardando, perciò, più agli obiettivi formativi e legati alla persona che al conseguimento del programma.

Mi autodenuncio perché non mi importa di finire le pagine del libro di testo.

Mi autodenuncio perché ho sostituito l’ansia di non riuscire a finire il programma con l’attenzione verso il percorso maieutico e didattico di ogni singolo studente e delle varie Classi.

Mi autodenuncio perché considero il libro di testo soltanto uno dei vari e possibili strumenti, ma non il più importante né il privilegiato, anzi.

Mi autodenuncio perché cerco ogni giorno di dare ai ragazzi delle motivazioni forti e convincenti per fargli scegliere, ogni mattina, di andare a scuola.

Pier Paolo Segneri

Il manifesto del buon insegnante (secondo me)

  1. La scuola è amore.
  2. L’insegnante ama tutti gli studenti.
  3. Essere insegnanti è molto di più che fare l’insegnante.
  4. Si dice: “Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna” perché l’insegnamento appartiene all’essere e non al fare.
  5. L’insegnante è un maestro per i propri allievi, altrimenti non è.
  6. L’ora di lezione è, prima di tutto, l’opportunità che l’insegnante ha di stimolare la conoscenza, la curiosità, l’attenzione, il dubbio, il talento e l’apprendimento degli studenti.
  7. L’insegnante è un regista in aula, ma i protagonisti sono i ragazzi.
  8. Educare significa tirare fuori il meglio da ciascun alunno. Si insegna agli studenti, non la materia.
  9. Un buon insegnante cerca di creare, ogni giorno, le condizioni necessarie affinché gli studenti abbiano voglia d’imparare.
  10. L’insegnante ha il delicato compito di favorire in classe un clima sereno e coinvolgente, non certo un clima di terrore e di ansia.
  11. Al docente è richiesto di essere autorevole, non autoritario.
  12. L’autorevolezza dell’insegnante è data dagli studenti, dai genitori dei ragazzi, dai colleghi e dal personale scolastico. Quindi, un docente non può attribuirsela da solo e non può autonominarsi autorevole. L’autorità è data dal ruolo, l’autorevolezza va conquistata giorno per giorno.
  13. Gli errori degli studenti vanno salutati con rispetto perché sono occasioni ghiotte per imparare e per migliorare.
  14. Anche i professori sbagliano.
  15. Un buon insegnante sa ascoltare e sa farsi ascoltare.
  16. Le spiegazioni sono per tutti gli studenti, non soltanto per quelli bravi.
  17. Un bravo professore trasmette fiducia e ripone fiducia nei suoi allievi.
  18. Ogni bravo docente accresce e aggiorna le proprie conoscenze tutti i giorni.
  19. Lo stipendio di un insegnante è al di sotto, molto al di sotto, di quanto sarebbe dignitoso riconoscere.
  20. A volte, la noia sviluppa la creatività.
  21. La cultura e la conoscenza sono il nutrimento di una società libera.
  22. Libertà d’insegnamento e libertà di apprendimento sono le due gambe che permettono alla scuola di camminare.
  23. Quando uno studente si avvilisce o perde la propria autostima, allora il bravo docente riesce ad infondere al ragazzo la voglia di tornare a credere in se stesso.
  24. La finalità della scuola e del prof. è innanzitutto quella di permettere allo studente di conoscere se stesso e il mondo esterno che lo circonda.
  25. La dimensione affettiva e quella cognitiva camminano insieme e non vanno separate.
  26. Tutte le discipline coesistono e si completano a vicenda in un unico e affascinante sistema di relazioni, ponti, incontri, dialoghi, collegamenti interdisciplinari.
  27. L’insegnante facilita l’apprendimento.
  28. L’insegnamento è una forma d’arte.
  29. L’insegnamento aiuta gli studenti ad avere autonomia di pensiero e comprensione degli altri.
  30. L’insegnamento prepara gli allievi ad essere la cittadinanza attiva di oggi e di domani.

 

Pier Paolo Segneri